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Abigeatus

Il camion, un Leoncino OM, dalla cabina rosso vermiglio, avanzò nella trazzera sconnessa, tutte buche, piene di fango, aveva piovuto tutta la nottata; i fari del camion bucavano il nivuro fitto della notte; la luna era cummigghiata da nuvole basse e scure. Il cane cominciò ad abbaiare, ma il suo allarme non fu sentito da nessuno.

Solo le mucche, dentro lo stallone, si lamentavano e muggivano con i loro occhi chiari e acquosi; gatti e topi scattarono tra balle di fieno e mazzi d’erba, che lo zu Jachino aveva tagliato in mattinata, con la falce, malgrado la carina gli duoleva. Il camion si fermò, a marcia indietro si piazzò davanti lo stallone.

       

Ne discesero tre uomini, uno siccu siccu, uno sulla cinquantina, con la panza e col fiatone; l’ultimo giovane, agile, calò subito la sponda; prontamente calarono un tavolone largo e lo posarono come passarella tra il camion e la porta. Il portone dello stallone era abbutato, e u zu Jachino non lo chiudeva mai! Con una carcagnata il secco l’aprì tutto, uno spicchio di luce della luna, uscito dalle nuvole illuminò l’entrata dello stallone.

La puzza del piscio di vacca colpì alle naschi il pacchione, che d’addumò una super senza filtro, il giovane che pareva il capo, lo taliò e con tono di rimprovero, a bassa voce gli disse: “accura dove butti il cerino, che qua s’avvampa tutto in un viriri e sviriri!”. Il secco con le mani segnò le vacche da portare via, tagliò la corda dagli anelli attaccati alla mangiatoia e cominciò ad ammuttarle verso fuori. Il pacchione mise un piede in una cassata di merda, fumante e bella liquida e cominciò a bestemmiare del santissimo sacramento e tutto incazzato afferrò un bastone e cominciò a capoliare le povere carine delle innocenti vacche. Il giovane picciotto, che si muoveva come se stesse abballando in punta di piedi l’afferrò per la giacca e gli gridò: “Talè, panza di canigghia, se non la finisci ti butto a cascione insiemola alle vacche; e poi lo sai che all’armale non potiamo maltrattarli, picchì se no piccioli non ce ne danno se la roba non piace allo zio!”.

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Il sicco ammuttò le vacche sul cascione del camion; qualcuna sciddicava e ritornava indietro; in questo frattempo, il cane che continuava ad abbaiare s’avvicinò; ringhiando con i denti di fuori, verso il pacchione e lo voleva mozzicare; questi capito l’antifona con un colpo di bastone lo centrò in testa; il cane, con un lungo guaito s’allontanò verso il canneto che costeggiava la trazzera. Il picciotto giovani con voce bassa e lenta parrò verso i suoi compagni: “Picciotti, qua ci stanno setti vacchi e tri vitelli nichi, carichiamo tutto e sparanzamu ca stiamo facennu fetu!”. Il pacchione, poco sveglio, rispose: “Ma non siamo noi a fari fetu, è tutto stu fumieri, qua è tutto n’grasciatu!”. Il picciotto tistiò e ammuttò le vacche verso il camion, anche il secco ammuttava: “Aoh, iih, triii, acchianati, forza, briii…”.

Con pazienza, sudando, tutti sporchi i tre caricarono tutte le vestie sul camion. Il portellone fu richiuso e il telone calò a coprire il tutto. Lo stallone era vacanti. Il silenzio era rotto solo da gracidare delle rane che sguazzavano nella gebbia, alle spalle del casale. I tre acchianarono sul lupetto, che s’avviò lento, lento, annacandosi: per la trazzera; la luna, alta nel cielo nero illuminò le tre facce che si specchiavano nel parabrezza, erano con la barba lunga, le coppole sugli occhi, i vestiti facevano puzza di vaccazzo, fumavano, il cuore batteva forte.

Quello era il momento più pericoloso, era quasi l’alba, qualche campagnolo era già per le strade per andare al loco; c’era lo scanto d’incontrare qualche pattuglia di carabinieri che pattugliavano il territorio, in quel periodo c’erano latitanti, saccunara, ladri, il dopoguerra era passato da poco, malgrado la gente aveva voglia di riscattarsi, di risollevarsi, ancora tanto c’era da fare. La riforma dei terreni, il clientelismo, la disoccupazione, la fame, le malattie, il nord col lavoro, il sud con le sue braccia da esportare. Così, come in tutti i paesi della Sicilia, anche nel nostro paese, in quegli anni, l’abigeato fu una forma di violenza, un modo di razziare, furono tante le stalle svacantate dalle vacche, che venivano portate nei paesi interni, marchiate e rivendute nelle fiere magari agli stessi vaccari a cui erano state rubate.

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E anche quella notte, come tante altre notti buie, o con la luna alta, con la pioggia o col caldo delle notti d’agosto dal cielo stellato; incurante di occhi timorosi al riparo dietro un canneto o un muro; senza cuore, nel pensare al danno causato a poveri cristi, che campavano le famiglie numerose col vendere il latte o le mucche da scannare nei macelli, il furto delle vacche, l’abigeato fu consumato, così fino a quando le cose cambiarono…

di Giuseppe Morreale

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