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Agosto la festa di Sant’Atanasio

Agosto, caldo mio non ti conosco. Le cicale cantavano fino a che scoppiavano, poi altre riattaccavano e rompevano il silenzio di un pomeriggio assolato, dal caldo umido, appiccicaticcio.. La macchina dell’acqua cantava pure, i motori erano al massimo, sei zappe d’acqua ammuttavano, ra matina a sira: due per il cassarello, due per il Chianoporto, due buttavano nel cunnuttu dell’acqua ra Chiana, finivano al Pizzotto. I manifesti dei Rokes e dei Nomadi stonavano tra quadri elettrici, zappuna, pale, pichi e panara, sacchi di sale, lanne di 605 e oliofos, un frigorifero tremolante. Era il tempo delle arruspighiate, i bastarduna sucavano acqua e s’ingrassavano. Mio padre, sul motorino Guzzi, rosso, polveroso, mezzo fuso, girava come un lapone tra Naso e Ferreri, tra un pozzetto e una valvola, girava, girava e io al fresco della prevola di zibbibbo aspettavo, aspettavo! Le mie orecchie stavano tise, sentivano ogni rumoriata, i merli che pizzulianu a racina, i tignusa, immobili sulla parete bianca attaccavano ogni insetto. I cani erano stinnicchiati sotto l’albero ri ficu, ne vattali, ca lingua ri fora, le mosche ronzavano n’torno, loro non si catamiavanu.

  

Il mio pensiero volava al paese, alla festa ri S. Atanasio, alle corse dei cavalli, se lui non tornava addio festa! Le luminarie erano conzate per tutto il corso. Gli archi sembravano quelli di S. Biagio; na chiazza era piazzato il palco, in serata cantavano Cocki Mazzetti e Nunzio Gallo. Al chiano Viddichizza erano montate le giostre e un’auto scontro, tra le santiate di don Petrinu e u zu Ciccio, mentre u zu Calorio pigghiava tabaccu e Carmela chiamava Pinuzzu! Bastianu u barioto aveva isato la migliore bancarella di calia e simenza, c’aveva stampatu Orlando e i Paladini di Francia, Gano di Magonza e Re Artù, tutti pittati ri Ducatu chiddu ri carretti. Il fumo delle castagne s’alzava lento e bianco, alto, lasciava un ciauru bellu.

La bancarella dei giocattoli era taliata con desiderio ri picciriddi, pinocchio chi piattini, il cavallo di legno, a pistola ri Pecos Billi, la carabina, qualche macchinina, piccole bambole di pezza, qualche trombetta e tanti palloncini, pochi i piccioli che giravano, sacchetti vacanti, occhi chini e manu vacanti. La banda musicale si riposava sulle scalinate del Castello, si sciuscivanu, erano sbracati tra tromboni e gran-casse, era a banda ra “abbati”.

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Nell’attesa della processione, padre Vitellaro con il buon Andrea ci mannò acqua frisca e limonata. I carabinieri bloccavano ogni vanella che dava sul corso, poche le macchine che firriavano, qualche 600, un 1100 nero. Davanti al bar don Agostino aveva messo tavolini e sedie, il pirata in giacca bianca e cravattino nero danzava leggero tra essi.

Tutto era pronto per la corsa della bandiera, la corsa dei cavalli. Strappavano ri Ficarazzelli, a chiesa di S. Girolamo e arrivavano a chiesa ri S. Atanasio, era una bella tirata, ai Sauri, ai Bai ci scoppiava il cuore, tra nerbate e tacchettate nei fianchi i fantini non si sparagnavanu. U stratuni era chinu ri balli ri fieno e di transenne; il fieno smummicava un ciauru che attaccava i naschi, il suo giallo era tutt’uno col giallo licente del sole.

La marmitta scoppiettante del motorino di mio padre spardò il silenzio della trazzera, in lontananza, i cani drizzarono aricchi, i merli volarono dal peri di ficu; i tignusa spirieru dalla parete bianca, – “me patri” – esclamai contento, po-tevo iri alla festa di S. Atanasio! Il viso cotto dal sole, i capelli, corti, nerissimi, camicia a quadri, aperta sul petto, pantaloni di matapollo, cu tutto il caldo ca c’era, di poche parole, come sempre, fece un sorriso forzato e mi disse- “vatinni, ora astutu a macchina e poi scinnu puru io…”-

Presi al volo la vecchia Bianchi accattata da Martorana e feci i 4 Ciocchi, via Roma, Municipio in due minuti. La corsa dei cavalli iniziò con ritardo. Io mi misi al Municipio angolo via S. Martino, la mia zona. Tra la vucciria e mucializzu i cavalli azzizzavano, gli zoccoli facevano scintille, i fantini erano nichi, parevanu tanti picciriddi.

Il cavallo di Nilluzzu e quello di Atanasio erano i più taliati. Tra una corsa e l’altra pensai a mio padre, il cuore mi scurò, io ero lì, alla festa e lui…? Le corse continuavano, la folla gridava, un cavallo passò senza fantino, alla Fuuredda un cavallo si bloccò; al Monaco un sauro di Angilu u castillazzisi s’infilò pa chiesa ri S. Francisco. Io smaniavo, non ero contento, i miei occhi non si fermavano mai, ero nervoso, osservavo le facce attorno e n’facci a mia: Totuccio il fornaio, don Ciccio dell’arena, u zu Vincenzu ru vinu, don Giovanni davanti al portone, Mimillu u vaccaru, mastru Nanè, Raimondo, Cola u barbiere, u Carusu, Gnazinu, poi come un lampu na faccia canusciuta, il solito sorriso forzato, i soliti capelli nerissimi, mio padre, il cuore mi rideva. La corsa volgeva al termine, gli archi s’addumaru, le campane suonavano a festa, davanti la chiesa, padre Vitellaro tutto parato, con la vara era pronto per la processione, Sasà, Ciccio, e il comitato tutto s’attaccarono alle stanghe. La banda ra abbate cominciò a suonare, il De Rosa preparò masculiata.

Io, vestito con il vestitino della domenica, scarpe pulite, riga nel mezzo dei capelli, con i miei amici d’infanzia, Francu u chiacchia, Francu u finistiù alla festa di S. Atanasio, forse l’ultima.

articolo di Giuseppe Morreale.

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