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Arrivano i turchi

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Padre Germanà acchianava per la trazzera con passo pesante; il sole agostiano batteva forte; le piante di agave e fichidindia nelle timpe sembravano che piangevano e chiamavano acqua; il pizzo Canneta si stagliava tra il verde dei tardivi infogliati; sembrava lontano ma era a due passi. I picciotti seguivano u parrinu con la lingua di fuori e il passo strascinante, quasi quasi pentiti per aver lasciato a chiazza per seguire quel parrino testardo che voleva scoprire il passato.  

La grotta si presentava come una grande bocca aperta, ardicola e rattaculo erba di vento ne ostacolavano l’entrata; l’odore della muffa si misculiava col profumo intenso della zagara. Si trasiu nell’antro con un misto di scantu e curiosità; u parrinu parlava, parlava ma i picciotti erano come incantati.

Si addumò una torcia che rischiarò il buio profondo; nelle pareti liscie, rocciose, umide e grigie apparvero i disegni, i graffiti di cui si parrava in giro per il paese ma nessuno aveva mai visto.

Una spiaggia, forse la Crocicchia, la montagna, quella d’Aspra, tante barche, con le mezze lune…i Turchi! I Saladini di Al Caisella, scimitarre e turbanti, ferocia e sangue, invasione di Kronos! Salivano dal chiano di mare, a orde, distrussero la torre ultimo baluardo di difesa dei kronosiani. Figure esili di donne con le mani alzate e i visi stravolti, che scappavano seguiti da bimbi nudi e piangenti; fuivano verso il fiume Eleuterio che con il suo fitto canneto offriva rifugio, altri desperati correvano verso la palma aldilà del margine destro.

Da Panormus si attendevano i soccorsi che intrepidi cavalieri erano corsi a chiedere, ma dalle alte e sicura mura della Kalsa non usciva nessun armigero. Paura e terrore incutevano i seguaci di Ataturk.

In molti si salvarono salendo sul pizzo Canneto e ci rimasero creando un nuovo villaggio, poi ancora una nuova invasione, ancora distruzioni, violenze, poi il silenzio calò su quel piccolo costone roccioso. U parrino cadde in ginocchio, la sua tonaca era impolverata e sdrucita; pregò a voce alta, brividi di fredde sensazioni sfiorarono Melino, Umberto e Sasà che tentavano di tradurre e leggere i graffiti.

Andrea e Mimì scavarono con le mani e tra la terra piena di muschio spuntarono anfore cretesi, pezzi di maioliche fenice, frammenti di utensili greci; un urlo su tutti: Vittorio aveva scoperto qualcosa di molto importante: in un angolo della grotta, tra due grossi tavelloni vi erano due sarcofagi in forma muliebre, in ottimo stato.  

Padre Germanà sudato e ansante, era felice e dava pacche affettuose sulle spalle dei picciotti, che invece di tampasiare per il paese erano saliti con lui per vivere una forte avventura. Tutti uscirono fuori dalla grotta; una luce forte e viva li abbagliò e… Ficarazzi era lì, sotto di loro, distesa come una dea; chiusero gli occhi e tornarono con la mente al passato.

Come in un film videro il castello degli Aiutamicristo pieno di guerrieri, cavalli, mercanti, il maestoso acquedotto romano (dai multi et assaissimi archi altissimi et a vidirisi mirabili – ransano) che tagliava il fiume Eleuterio ca china, che strisciava nella vallotta come un immenso serpente tra le rigogliose piantagioni di canna da zucchero, dall’odore stufficusu, che penetrava tra le case basse dai mille colori di una strada lunga e polverosa. 

Dalla chiesa di Sant’Atanasio udirono provenire il mesto suono del mortorio; da quella di San Francesco, al Monaco, le campane chiamavano a raccolta i contadini per il vespero. Davanti alle loro misere casupole scorrevano le fogne a cielo aperto; i cani cacciavano guaiti di fame; i cavalli assaltati da mosche, nitrivano; la malaria era in agguato. Si andava a letto presto perchè speravano di addormentarsi prima che nel loro stomaco si arruspicchiava la fame della sera.

I signori, i Chiaramonte, i La Grua, manciavano, loro no! La mattina, poi nei campi devastati dai Turchi non rimaneva che cogliere l’indivia, una pianta amara e stucchevole.  

Poi vennero le pioggie, l’acqua allagò tutto, il fiume straripò e sulle mura del castello e della torre diroccata, come uccelli rapaci a taliare quella miseria, quella disarmante attesa che farà parte, purtroppo, del futuro di noi siculi. 
 
P.S. Attardarsi sul passato è segno di vecchiaia, mi dicono. Ma dimenticare non è forse un segno di imbecillità? Ho scritto e scriverò ciò senza ambizioni letterarie, queste storie del nostro paese che vorrei leggeste… 

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