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Black-out: Ficarazzi al buio

Lo chiamano blackout ma tutti continuano a chiamarlo “manca a luci” i “si innìu a luci”. E in questi tempi di crisi nera ci mancava solo che se ne “andava la luce”, come è successo l’altra sera in un gelido pomeriggio di fine novembre, a Ficarazzi che in mezza provincia di Palermo.

Il solito guasto, “ora la luce torna” e invece è mancata per ore e anche per tutta la nottata e pure il giorno dopo, buio a Ficarazzi, buio a Bagheria, Trabia, Casteldaccia, Termini Imprese, tanti sonostati disagi per la gente che è rimasta senza luce, chiusa in casa e il buio all’improvviso ci ha trovati impreparati, facendoci tornare indietro nel tempo, quando bastava un lampo, un tuono, il temporale, un forte vento o una pioggia continua e la luce andava e veniva, ma allora eravamo abituati a questi inconvenienti, mentre oggi…oggi la musica è diversa, bastano poche ore senza corrente elettrica e salta tutto. Sentite un po’.

Si rimane tra le mura domestiche impotenti, senza candele e senza lume a gas, non ci sono perché tanto non servivano più, la luce è da anni che non “andava più via”. Ci si muove a tentoni, come se si giocasse a mosca cieca, niente televisione, niente radio accesa e musica,on si può leggere, non si può studiare, si resta immobili in poltrona o a letto, fuori il freddo incalza, in casa la stufa è spenta, anche la pompa di calore e allora berretto in testa, sciarpa, plaid, porte e finestre serrate, solo uno spiraglio dietro la tenda da dove filtra un nero da inferno, ti affacci e noti in lontananza la fioca luce di qualche candela o lume che rischiara il vetro di una stanza, qualche ombra si muove.

Per le strade solo le luci dei fari delle macchine taglia il buio fitto, i negozi  sono semioscurati, i neon, le insegne, i lampioni spenti. Nelle case silenzio assoluto, le lavabiancheria non girano, tace il ronzio dei frigoriferi e dei congelatori, niente forno elettrico, niente bagno o doccia, niente fon per asciugare i capelli.

Non ci siamo abituati e ci sentiamo persi, smarriti e si aspetta il ritorno della luce con grande attesa, ansia, trepidazione e passano in secondo piano tutte le cose che ci sembrano indispensabili, il computer, il telefonino che si scarica, la partita in TV, la play-station.

Tutte le attività si bloccano, i supermercati vanno in tilt, le casse non funzionano, però c’è l’assalto a candele e lumi a gas, caccia anche ai lumini, sono introvabili le bombolette a gas per i lumetti, ah quanto ne vendeva don Manuele Bisconti, che tempi! Pepè guarda il girarrosto fermo i polli possono aspettare, la legna scoppietta e si consuma velocemente. Il ragioniere non fa più conti, la calcolatrice è ferma, il fax non parte,la fotocopiatrice pure, nel silenzio solo l’abbaiare dei cani e le sirene delle ambulanze che tentano di farsi strada tra il traffico ancora più caotico per il buio che impera nel Corso, tutti sembrano incantati, impauriti, pochi passanti sui marciapiedi bui, arrivano voci da lontano che ti portano indietro nel tempo, quando durante passeggiate silenziose arrivavano conversazioni ovattate e indiscrete dalle case.

Niente telegiornali, niente canzoni, solo il chiarore del cielo che stenta a bucare la corazza del nero e sullo sfondo l’orizzonte delle colline, la montagna di Villabate che sembra un gigante coricato, il Pizzo Canneto un dente appuntito, la Montagna di Aspra un Capo indiano addormentato. Nelle sezioni i giocatori, i pensionati posano le carte, alla lieve luce del lume non si può giocare.

Don Vito malgrado la grande esperienza presta attenzione nel tagliare la carne, ma il tritacarne per la salsiccia non macina; dentro i bar i lumi sono piazzati in alto, c’è poca gente, la macchina del caffè è fredda, il gelato si sta sciogliendo, l’insegna è al buio. La piazza è vuota, le panchine piangono, passanti dal piede veloce tagliano il buio, la sagoma del Castello sembra illuminata dal chiarore della pietra di Aspra.

La Chiesa riacquista il suo antico splendore sacrale, anche le campane sono mute, il Sacerdote celebra la Santa Messa in un clima mistico, in penombra, tra candele e lumini, all’antica, mentre le statue dei Santi dentro le cappelle sembra incutere timore con i loro sguardi severi e quasi ammoniscono la perduta fede di tanta gente che è attratta dal progresso, dalle luci, dall’egoismo e basta un po’ di buio a gettarla nel panico. La gente vestita di nero si impasta col buio, le statue di padre Pio, di Papa Woytila e del Lupo brillano sotto le luci dei fari delle macchine, fieri ed imponenti. Ti affacci al balcone e la campagna sembra un mantello nero adagiato sui profili delle case,le loro ombre sembrano tanti mostri scesi dal cielo nero, il mare è tutto uno col cielo scuro.

Alla taverna Paradiso il tempo sembra essersi fermato, il lume posto tra le grandi botte profumate di buon vino primaticcio ti riporta indietro nel tempo e sembra illuminare i visi rugosi, le lunghe ombre di nasi proiettate nel muro dei tanti Battista, zù Pippinu e Nilluzzu a “mamma”, “u papaturco”. Per il Corso passa l’autobus che torna a Palermo, è vuoto, le sue luci all’interno sembrano una giostra che gira deserta. I campanelli non suonano, si ritorna a bussare alle porte, ai portoni, si urla “apri che sono rimasto fuori, non ho le chiavi”, si scendono le scale per aprire, gli ascensori sono bloccati.

Il dottore nell’ambulatorio torna a scrivere le ricette a mano, il barbiere taglia i capelli con perizia ma non può fare lavarli, il fon non si accende, la barba si rade lentamente e con accortezza, la tipografia ha chiuso, tutto è spento, vuoto, triste. Il fornaio non impasta, il pizzaiolo ha il forno elettrico spento, aspetta paziente che torni la luce, tutto è in tilt, anche le slot-machine. Il banco delle scommesse è vuoto, non c’è collegamento, c’è chi abbassa la saracinesca a mano,il farmacista cerca tra gli scaffali le medicine col lume, il fruttivendolo comincia ad entrare la merce che al buio sembra incolore e marcia. Spicca da lontano il lampeggiare della macchina dei carabinieri, in serate come queste girano ancora di più, il blu colora le mura e i visi dei passanti. In casa non c’è un mozzicone di candela o l’ombra di un lume a gas, “ma dove lo hai messo?”, “non serviva più!”.

Sembra l’Apocalisse, ma è un semplice blackout, ma saltano appuntamenti, passeggiate, visite, programmi, cinema chiusi. Stasera si cena al lume di candela, la serata è gelida, ci si copre con coperte e plaid, la TV è un buco nero muto, forse si va a letto subito oppure si resta a tavola a chiacchierare un po’, così si riscopre il piacere di parlare, dialogare, di raccontare la giornata, con i figli, i nipoti, con la moglie che stasera non stirerà e dovrà lavare i piatti con l’acqua fredda, che non potrà spazzare la stanza da pranzo, la lavabiancheria non atterrerà con il sibilo dell’aereo, solo il ticchettio dell’orologio a muro che funziona grazie alla batteria, almeno quello sì funziona. E pensare che una volta la luce elettrica non c’era….

Articolo di Giuseppe Morreale apparso su Controcorrente di Dicembre 2013.

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