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Catene e catinelle

Tanino abbagnava il punzello nella tazza d’alluminio china di sapuni e stricava la faccia ruvida e ossuta dello zù Nino, che  appena poggiava la testa sul poggiatesta s’addormentava comu un nutricu e stava con la bocca aperta…ogni tanto la manuzza andava per i fatti suoi e u zù Ninu si ritrovava a vucca china di sapunata e Turiddu santiava… 

La telefonata dal Comando di Palermo alla caserma di Ficarazzi era arrivata da pochi minuti e il Maresciallo era tutto agitatu, s’affacciava al balcuni e pigghiò un pocu d’aria… U zù Agostino, col suo passo lento e pesante dovuto ai suoi 130 chila, passò lo stradone e svampava il suo sigaro, mezzo lo teneva in bocca masticandolo…

arrivato davanti al Salone sputò per terra e pigghiò le scarpe di don Bartolo colorandole di marrò…apriti cielo, bestemmie e vuci…entrò dentro il salone cercando una pezza per puliziarli ma Turiddu li zittì e s’avvicinò all’angolo dove azziccò una ‘gnizioni a un culu musciu, biancu e siccu. -” …Minchia…l’avutra vota mancu a sintivu…ma stavota…ma chi avi u zappunio n’te manu?”…si lamentò u Passarello.

Turiddu lo lasciò  con le mutande calate e nisciu fora a fumarisi l’ennesima sigaretta…suo figghiu Francu…ca studiava pi dutturi…stava nella stanzetta alluminata da una pallida lampadina e la crozza ri mortu chi stava supra a tavula pareva che ci rideva…dalla porticina murata arrivava la vuci della signora Rosa:-”…allura 100 grammi di murtadella e un chilo di cavatonella…ah…puru 50 liri di catinelle pi mmè figghiu…”. 

Il Maresciallo affacciato al balcone taliava una vota versu Paliermu e una vota versu Baaria…comu si stessi aspittannu qualcunu… Giovanni alzò la tendina di cordella e allungò la testa fuori, lasciando ad Andrea Buglisi cu mezza barba fatta e mezza ancora insapunata chi satariava sulla poltrona…pure Giovanni aspettava a qualcunu…a Fulippu u Pelè che doveva portare il pallone per giocare in piazza appena scurava.

Dalla via Roma scendeva in bicicletta l’avvocato Dorino, vestito cu giacca e cravatta nivura, camicia bianca e buttuna nivuri…sua sorella davanti la porta lo chiamava…ma lui siccu come una sarda, con i baffetti alla Lupin era già in via Cilluffo…
Una camionetta dei carabinieri si fermò sotto la caserma. Un carabiniere avutu, siccu, con la divisa ca ci natava, scese e acchianò i scalunadella caserma a quattro a quattro… 

Donna Mimilla, con la sua crocchia di capelli grigi e bianchi a tuppu si fermò e talìo versu la chiesa incuriosita da quel tracchiggiu…lei stava davanti alla sua putìa…alla cantoniera della via Roma…dove vendeva di tutto…liscia e candeggina…sapuni a scagghie…caramelle alla menta… idrolitina e Tide…stierine e le…catinelle…ma davanti alla putìa teneva
il trispito con la vasca ru baccalaru, con il tubicino dell’acqua corrente che lenta lenta scolava nella canaletta sotto il
marciapiede… 

All’altra cantoniera un altro trispito…altro baccalaru, pure il tubo conn l’acqua che finiva nella canaletta, era la putìa della signorina Caterina, un pezzo di fimmina che non si scantava mancu ru diavulu…a lato ci stava l’edicola di Carmelo suo nipote, con l’insegna dell’L’Ora che troneggiava su tutti i lati e con i poster del grande Palermo di Mattrel Burnich Calvani Grevi Benedetti Malavasi e Fernando a segnare gol e afare sognare i tifosi…giornali e Grand Hotel, baccalaru e catinelle erano i motivi di una piccola guerra che si battugliava tra don Pietro della Privativa e Carmelo e donna Mimilla e la signorina Caterina.
Il Maresciallo si riaffacciò al balcone, nello stradone non passava nessuno, sulu u zù Vicè con il carretto chinu ri casciuna ri limiuna e l’autobus che veniva da Palermo…alla fermata Cicco Oss Oss, aspettava tutto il giorno “L’Ora”. Mimillo Buonadonna e Natale Napoleone si taliavanu senza fiatare e sistemavano frutta, verdure e casci, anche per loro era una piccola battaglia combattuta tra abbanniatine e a chi conzava meglio la putia, una vera arte nel fare piramidi d’olive o cascate di pruna, montagne di pomodoro e foreste di tennerumi. 

Da Palermo arrivarono due camion, due OM Fiat, si fermarono di fronte la caserma e scesero in silenzio una trentina di carabinieri con il moschetto in mano e si piazzarono sul marciapiede, dove oggi c’è la banca, erano tutti picciotti, solo qualche appuntato anziano e un brigadiere… Padre Vitellaro sentendo murmuriu uscì fuori dalla chiesa e domandò alla zà Ninuzza cosa stava succedendo… di fronte si fermò la lapa di don Vito u furnaru…vicinu a funtana Pinuzzu “ammogghiacuttuni
“ si bloccò…da Baaria arrivò una Giulietta carrica di  carabinieri e si fermò al Chianu della Virdichizza…aumentò la curiosità della genti che si fermava a taliari e senza parrari si diceva tutto…

Gino che stava lavannu la balata di marmu del chiosco cu falaru e cravatta si fermò…don Ciro con le mani dentro il falaro
che arriminava i piccioli sfusi chiamò i picciotti che gio cavano abazzica che affacciarono con le stecche in mano… Vito La Porta uscì dalla chianca tra una testa di capretto e mezzo maiale appizzati ai ganci…dalla via Celsi spuntarono u zù Pippinu e Battistuni seguiti dal Pataturcu e Nilluzzu “a mamma”…tutti belli collocati dopo aver mangiato e bevuto da Nino Monti, favi
e vinu russu di San Giuseppi, Nilluzzu cantava “mamma”, u Papaturcu intonava “Giovinezza Giovinezza” memore dei suoi ricordi del fascio.

Don Agostino il sarto che era sceso dal Castello li incrociò:…”fermatevi fermatevi…là ci stanno i carabinieri …forse sono vinuti a pigghiarivi…”.-”…ma chi cabbasisi dici don Agostinu…forsi chi è piccatu viviri?… ”Il Maresciallo che era sceso dalla caserma si andò a piazzare sotto la casa di Lillo Domino e faceva segnali verso le case popolari, n’capu a funtana…là sotto c’era cuncumiu di genti…donna Carmela fresca di sciarra cu so maritu Pippinu con una quartara china d’acqua…Nidduzzu che stava facendo viviri u so cavallo nella vasca china con l’acqua che si gettava di fuori…u zù Sariddu cu bummulu aspettava u so turnu. Altri due camion carichi di carabinieri intanto si fermarono all’angolo della via Roma…Carruzzu pullicinedda” entrò nella farmacia del dottore Chiappara assicutato dal barboncino nero che abbaiava.-”…dutturi si a sta chiattidda nun me la leva davanti pocchi disa mmaculati mu manciu chi patati”. -”…eh caru Carruzzu, appena succede qualche cosa al mio cagnolino, io ti do le supposte per non farti cacare più…ma piuttosto perchè c’è tutta stà giustizia in giro per il, paese oggi…che devono pigghiare a Giuliano?”. -”…altro che Giuliano, dottore Chiappara…buongiorno, permesso…”…il signor Burruni entrò nella stanza ombrosa piena di stipi che odoravano di spirito e canfora, si levò il cappello e s’assittò. -”- …caro dottore, voi dovete sapere che qui da noi, come diceva il principe Salina nel Gattopardo, tutto cambia per non cambiare niente…ebbene la nostra giustizia non tocca chi mancia in granni, chi fa grandi manovre, ma assicuta e muzzica u cchiu sfardatu…ecco, oggi nel nostro paese, i buoni militi della beneamata, che fanno il loro dovere, sono qui per arrestare un ladro, un saccunaru, uno che faceva borsanera, uno su cui tanta gente si è arriccuta e lui alla fine è rimasto un scassapagghiaru…non per questo lo giustifico, per Dio, avrà rubato per pititto, ma quanti cristiani ha fattu chianciri, quantu ni ha cunsumatu e quindi è giustu che ci mettinu i catini!…

Fuori il mucializzu aumentava, disoccupati, lagnusi, giocatori di carti, era uscita dai circoli, dai bar, dalle sezioni, genti s’affacciava ai finestroni, alcuni restavano dietro le persiane abbutate. Tutta la zona del Castello era circondata da un cordone di carabinieri in assetto di guerra…l’ufficiale ordinò al Maresciallo di procedere all’arresto…questi…con calma senza agitarisi acchianò verso la fontana, arrivato alle case rosse tuppuliò al portonello con forza…-”…Tatò mi senti…sei circondato, non fare fesserie e arrenditi….”.

Tatò nel frattempo era salito sul tetto, ma era ormai perso, tra i canali rossi, taliava la chiesa, il Castello e più giù vedeva l’azzurro chiaro del mare. Ci fu un silenzio da camposanto, si fermarono carretti, biciclette, cu passava, solo il gallo della “Cipudda” cantava “Chicchirichì…Chicchirichì…” e ci fu una gran risata. Ancora qualchi istanti e i carabinieri avrebbero fatto irruzioni, ma tutto n’zemolail portonello si aprì cigolando…a mani alzate, senza fiatari uscì Tatò, in canottiera, baffetti e barba lunga, pareva uno della mala marsigliese e invece era un malaminchiata…Senza agitarisi tantu il Maresciallo, un padri di famiglia alla Fabrizi lo prese per un braccio e gli mise le manette. 

La sceneggiata era finuta, il paese ripresa a vivere, l’acqua si iccava fuori dalla vasca, i picciotti assicutavanu a palla, Mimillo
abbanniava…”u baccalaru è megghiu ru merluzzu…”. 

Articolo di Giuseppe Morreale apparso su Controcorrente

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