Corri, Calogero, corri!

Vincere al Martinetto era come vincere lo Scudetto, anche una singola partita era già vincere… Alla fine vincevamo tutti nelle assolate domeniche di luglio, con l’afa che ti levava il respiro e il sole t’accecava, con il camposanto sconsacrato pieno come il giorno dei Morti, in quei giorni anche Calogero la buttava dentro, scarabocchiando la palla con le scarpette mezze aperte, ingrassate e imbiancate dalla polvere che ammantava il campo, beffando il bravo Peppuccio il “barioto” a cui ora non mancherà di segnargli un gol, lì tra le nuvole.

Correva veloce il piccolo Calogero, erano in pochi a batterlo, correva talmente veloce che arrivava sempre prima della palla, anche se poi la sparava oltre la sipala. Da una parte il mare, dall’altra il muro ove erano segnati i nomi dei morti antichi, quando sbagliava il gol fatto cadeva in ginocchio e si copriva il viso con le mani, ma non si disperava, non piangeva, si rialzava e correva, lui era già una roccia!

Il pallone serviva a riempire le nostre giovani vite, a passare pomeriggi di battaglie pulite, crescendo con la schiena diritta e lui era uno di questi angeli della strada, che senza paura colpiva con la fronte fra le stringhe del difensore e portava via la palla palleggiando, urlavamo di gioia, ma il vento maestrale bloccava il grido, bocche aperte senza suono, solo “goal” e Calogero correva verso Franco, abbracciava Michele, braccia tese e pugni chiusi, che si alzavano come tappeti volanti verso il cielo azzurro. In tanti oggi si affacciano da lassù, Carlo, Giovanni, Franco, Franco “u dutturi”, Peppuccio il “toro”, Pippo Il Cummo, Pippo il “Rivera”, Enzo, e ora anche lui con i suoi capelli biondi, bagnati dal sudore, imbiancati dal gesso di Bastiano, gli occhi che bruciano, anche lì sarà il più veloce.

 

Il pallone: passaporto per accedere al mondo della fantasia, per sognare, un gioco che ci aiutò a formarci, nessuno diventò campione, ma nessuno restò indietro, lasciando fuori i miti, il mito di Calogero era Gino Stacchini da Cesena, se non sbaglio, ala minuta e veloce della Juve anni 60, un peperino che correva sempre, che si fermava pure dopo la linea di fondocampo, magari tra la neve del Comunale di Torino, Calogero si fermava oltre la sipala, tra una nuvola di polvere mista a ossa di morti. Erano i tempi di Carosello, nessuno cambiava canale, non c’erano altri canali, andavamo tutti a letto sognando il gladiatore di Plasmon e il Ringo della carne Montana, eravamo tutti Calimeri, piccoli, scuri, scapigliati, Calogero non era Calimero, lui era biondo, fine, aveva gli occhi chiari, era il più veloce dei picciotti del Chiano della Virdichizza, se la giocava sempre con Franco il Ragioniere, forse magari meritavano di arrivare dove è arrivato Mennea, ma Ficarazzi era lontana da Formia, Ficarazzi è vicino all’Africa, c’è lo Stretto ed è affogata tra Palermo e Bagheria, manco compare nella cartina geografica…

Primo di luglio, sole pesante che pesa sull’umore del paese, quello dove ancora “ci conosciamo tutti”, è lungo il serpente di gente che si forma dopo la commovente e tenera funzione nella Chiesa stracolma di anime in pena per la morte di un loro figlio, la coda è in via Mare e la testa è giunta al cimitero, meritava questo tributo il caro Calogero! La gente, quella estranea, e a Ficarazzi c’è né tanta, domandava “chi è morto?”, qualcuno mestamente rispondeva “l’uomo che faceva le carte d’identità al Municipio”.

 

Identificare con questo appellativo il nostro Calogero è molto riduttivo, per noi era volato via il gigante buono dagli occhi azzurri, che scriveva poesie, amava stare in compagnia, amava la sua famiglia, i suoi figli alla follia, viveva per loro, per la sua dolce ed esile moglie, viveva senza clamori, e aveva lasciato dietro di sé il malumore politico, quel livore gli era scivolato via senza lasciare segni sulla pelle, anche se la delusione verso quel sistema che aveva criticato e lottato veniva fuori ogni qual volta che ci incontravamo, perché lui era uno che amava Ficarazzi, la sua campagna, il suo mare, il suo passato e avrebbe voluto un futuro migliore per i nostri figli! Qualcuno dice:-”…ognuno deve fare sempre la sua parte”, ecco Calogero era uno che la sua parte la faceva sempre e forse in più e al Comune tutti lo possono testimoniare.

A questa Ficarazzi di oggi, che ha perso la sua identità, i suoi ricordi, i suoi odori, le sue tradizioni, i suoi personaggi, il nome di Calogero Aurilio non dirà molto, forse qualcuno lo avrà notato nell’anonima stanza dell’Ufficio Anagrafe, riempita dalla sua stazza possente, che metteva timbri ad anonime carte d’identità e a certificati vari, ma per noi della Ficarazzi antica, per noi picciotti del Chiano, per noi sognatori del Martinetto, Calogero Aurilio è stato “qualcuno” da mettere tra i ricordi più belli, più puliti, più sinceri di quella parte di vita, assicutati da suo nonno, u zù Calorio che fumava la pipa, da nonno Pitrinu che era sordo ma si svegliava quando gridavamo “goool”, dallo zù Ciccio Comparetto, anima longa, e noi scappavamo come “saittuna” per le quattro vanelle. Negli ultimi anni ci perdemmo di vista, niente più pallone, niente più Chiano, io in mezzo al traffico a Palermo, lui a fabbricare carte d’identità per la nuova Ficarazzi.

Durante la mia lotta contro la “brutta bestia” mi arrivarono anche i suoi incoraggiamenti a non mollare, dopo entrai in quel corridoio lungo dove si affacciano tante porte, dovevo rifare la carta scaduta, c’era Santo e poi lui, grande, come la roccia, serio, preso dal lavoro, il suo abbraccio con quei bicipiti che dsi trovava mi fecero mancare il respiro, avevamo entrambi le lacrime agli occhi, Peppuccio Cataldo ci guardava con un dolce sorriso.

 

L’emozione era forte, i ricordi vennero a galla prepotenti, il Chiano, il Martinetto, le piccole sciarre, Tanino “a cina” che ci truffò comprando con i nostri msoldi mutande e non magliette della Juve e giù risate, la raccolta della legna alla Spinosa per la Vampa di San Giuseppe, Padre Vitellaro, le monache del Castello, le pitroliate, la “guerra” dei morti, e anche la severità e il rigore dei nostri padri, io in campagna alla “macchina dell’acqua”, lui a Piazza Tredici Vittime a Palermo a riparare radiatori tra fumi velenosi, poi la fuga per il mare, i Fifillini, la balata chiana. Sporadici incontri da Pezzer o dalla Melchiorre per il pane, lui leggeva molto, come me, componeva belle poesie, io lo invogliavo a venire in redazione, ma era restio a pubblicarle, in fondo in fondo era un timidone che correva sempre…

L’ultima volta fu sulla litoranea per Aspra, io “corricchiavo”, lui era fermo che guardava un pezzo di terreno abbandonato, aveva preso fuoco, “è mio” mi disse ridendo e mi stritolò tra i suoi bicipiti da Hulk, era maggio, non l’ho più rivisto. Il sipario si chiude per un altro figlio della vecchia è inutile esorcizzare la paura della morte chiamando a raccolta i nostri antenati, tutti coloro che ci hanno preceduti e accompagnati nella vita,personaggi ormai sgranati, sbiaditi, persone sospese che a ricordarle ci portano un sorriso, un dolore, un episodio, facciamo tutti un lungo viaggio come Ulisse e oltrepassiamo le colonne dell’eternità grazie alla fede e alla fine tutto diventa amore e poesia, quella poesia che Calogero amava tanto.

Addio Calogero, ti ricorderemo sempre, persona per bene d’altri tempi…

articolo di Giuseppe Morreale

Tratto da Controcorrente numero 222

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