Download! EcosiciliaLeggi Ecosicilia in PDF

Ficarazzi a Ellis Island

Il “metatiere” prendeva gli animali dal padrone a gabella; l olive il contadino raccoglieva e le portava fino all’unico frantoio della congregazione del “Miseremini”, tutto era fatto ad esclusivo vantaggio dei proprietari; il “terratichiere” non era libero di coltivare la sua terra a suo piacimento; il governo con la Sicilia faceva solo chiacchiere e con la scusa della mafia “o male oscuro” e del brigantaggio manteneva i notabili locali in decadenza con un feudalesimo duro a morire. Sono gli anni più bui per Ficarazzi.

Le colture, e soprattutto le nespole erano state in parte abbattute dal male, come pure le piantagioni di gelsi, aranci e limoni. Alcuni coltivavano cotone; l’analfabetismo era massiccio: solo tre prime classi elementari si erano potute costituire, nessuno quindi riusciva ad iscriversi alla classe successiva, perchè i figli servivano per i lavori della campagna.

Nel giugno del 1893 Ficarazzi costituì un suo fascio autonomo che però era aggregato al fascio di Villabate. Iniziarono varie forme di lotte, con scioperi per la modifica dei patti agrari e per protestare contro le tasse locali troppo esose per il popolo. La sera del 12 luglio 1893 si incendiarono i casotti daziari, posti nella piazzetta S. Atanasio. Il giorno successivo occuparono le terre Macchiarelle e li si sparò, molti furono arrestati.

Anche il novembre 1893 si scioperò e con i contadini ci furono anche i confratelli della congregazione del Carmelo, si aprì il fuoco vi furono 30 arrestati e 19 feriti gravi. E’ in questo contesto che nasce la storia dell’emigrazione a Ficarazzi. Furono in tanti a cercare fortuna oltre oceano; il parroco padre La Rocca e il sindaco Basile Girolamo, con quel benefattore d’uomo di stampo antico di Francesco Paolo Tesauro si davano da fare per alleviare le sofferenze, aiutare i poveri.

 

Lo stato sia con la sua politica tributaria, che colpiva la terra, sia con le tasse scatenò un pauroso esodo di massa. In un solo anno 4 quinti di maschi del paese emigrarono. La cooperativa dei cattolici “San Francesco De Paola” chiuse i battenti, 12 capifamiglia lasciarono Ficarazzi per l’Argentina.

I pochi contadini rimasti coltivavano nella zona di Nascè e Fontanelle, pomodori e ortaggi ma con scarsi risultati. Partirono dal porto di Palermo su piroscafi dalle alte ciminiere per una terra dove tutto era più grande; portando con loro fame inacidita dentro la panza, nostalgia di una terra bella ma avara; alla ricerca di un paradiso che spesso si trasformava in inferno; lasciando una vecchia vita per inventarsene un’altra senza sapere come, dove e quando. Il loro primo contatto con la terra americana fu Ellis Island, un pezzo di terra, vicino Manhattan, New York. Li era portati, censiti, visitati, scartati, rimpatriati, identificati, lasciati in quarantena; li arrivò anche Pinuzzu, con i suoi compaesani Turiddu, Tanuzzu e Caterina; di questi nostri ficarazzoti parlerò con un racconto più completo in appresso.

Appena arrivati sono stati umiliati ad accettare lavori di qualsiasi genere. C’era urgente bisogno di mano d’opera e quella siciliana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanti i neri quanto i muli. Perchè anche i muli costavano. Turiddu, Pinuzzu, lavoravano accontentandosi di bassi salari ed erano più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui. Tanuzzu proveniva da una terra avara, dove non c’era molto terreno fertile e dove, anche per la mancanza d’acqua la cura dei campi era una lotta quotidiana, senza tregua, disperata contro la fame e la miseria, che era avvolto in una nebbia triste e maleodorante, che penetrava fin nelle case di legno dalle quali spuntavano sporcizia e disperazione, dove i picciriddi, che le emigrate, donne con falari e gonne lunghe dai tuppi in testa, buttavano seminudi sulle strade umide e sporche, dal selciato sempre fangoso e viscido.

 

La domenica si tentava di far rivivere in queste strade, i colori, le tradizioni, il folklore di una Sicilia mai dimenticata: a spasso tra le bancarelle con cianfrusaglie, robbi a basso prezzo, tra negri e donne di vita colorate, incipriate, dalle labbra rosse vermiglio; tra fattucchiere e cartomanti napoletane; tra mariuoli e trafficanti calabresi, cirlatani e gente di rispetto. Un cocktail di razze, di uomini di vari paesi, quasi tutti che cercavano “l’America”. I nostri paesani non impiegarono molto tempo ad ambientarsi molto tempo ad ambientarsi e a creare una famiglia tutta di “palermitani”, con gente di Porticello, Aspra, Bagheria e Villabate.

Insomma l’indifferenza per gli estranei, la sfiducia per le istituzioni, caratteristica di noi siculi, con i sacri vincoli di sangue, li portò ad isolarsi, a difendersi, da qui a creare l’antefatto di una consorteria che tanti problemi diede nel proseguo dell’avventura americana. Loro crebbero, così pure l’America, così pure i loro figli che divntarono americani, che dimenticarono il siciliano, che mandarono nel dopoguerra i pacchi con tanto ben di Dio: vestiti, scarpe, calze di nylon, sigarette e dollari. Poi tornarono pure loro, e portarono grandi valigie con tante cose che con sorpresa scoprirono moi avevamo già.

 

E raccontavano che avevano una macchina lunga lunga, una casa bianca tutta in legno, con il giardino e l’erba fine fine sul davanti, con il tubo lungo per innaffiare e il garage con la saracinesca che si alza dondolandosi. Erano americani in tutto: i loro pantaloni erano sciarriati con le scarpe, le loro gonne erano ampie e tutte a fiori, capelli alla marines, capivano poco del dialetto e gesticolavano come tutti noi…erano pur sempre siciliani.

Sono stati in tanti circa 22 milioni e grazie a Dio, con sacrificio e tanta volontà quasi tutti ce l’hanno fatta e ricordiamo con un pizzico di commozione famiglia per famiglia coloro che ancora vivono in America, ecco i nomi: Mezzatesta, Falcone, Rocco, Clemente, Bona, Lia, Romano, Morici, Macchiarella, Lo Verso, Santospirito, Martorana, Licciardi, Parisi, Pollara, Degliuomini, Valenti e tanti altri che non menzioniamo e ce ne scusiamo.

Tutta gente che ha scritto la storia dell’emigrazione con lacrime e sangue, con cuore a pezzi, soffrendo, cadendo e rialzandosi, lottando, vincendo e perdendo, diventando cittadini del mondo perchè l’America è il mondo.

P.S. “Nessuno è di un posto fino a quando non ha un morto sottoterra”. (Gabriel Garcia Màrquez)

Articolo di Giuseppe Morreale

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*