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Ficarazzi e la proiezione del film su Salvatore Giuliano

“Dai pulisci, ca stasira iamo o cinamu! Fannu un bel film, Salvatore Giuliano, ci travagghia to zio e poi c’è pure Pè e Sasà!” Così quella sera mio padre mi portò al Cinema Odeon, in via Roma. C’era don Pietro alla cassa, un bancone grande, lucido, dei teloni alti e rosso scuro, le piante ai lati, dentro era immenso, coi balconcini bui, la sala con le sedie di legno era piena, un pubblico fatto in gran parte da contadini, legati al mito popolare ma contraddittorio di Salvatore Giuliano. Dalle porte laterali arrivava il profumo del gelsomino mischiato alla zagara, il fresco della campagna. Per quei contadini/spettatori era un evento, riconobbi Diego “pisci di pietra”, tutti i Cerusi, Carru, Gaspare, Michele, Pietro e tanti altri. Ero ragazzino, forse avevo 9 anni, capelli corti con ciuffo ribelle, calzoni corti, mi piacevano Ben Hur e Gianni Morandi, Tacconi e Sivori, leggevo Capitan Miki e Black.

La domenica mattina da Turiddu facevo la saponata a don Fifì Lo Cascio, o zù Ninu Clemente e zù Agostino Valenti, che puzza di sicarro! Mi sfiancavo dalle risate per le battute di Andrea Puglisi e don Bartolo e ascoltavo le cantate del “Pataturco”. Tutti entravano da don Ciro, io no, mio padre non voleva, non sapevo che cosa era una bazzica! Don Giovanni comprava il “Sicilia” e io glielo fregavo la sera e leggevo.

     

Fu allora che sentii parlare di Salvatore Giuliano e ora il film…che inizia con un corpo steso a terra, insanguinato, l’afa fa sudare, le mosche ronzano nell’aria, tutti si sciusciano con le coppole, giacche sulle spalle, carabinieri in borghese, magistrati seduti su sedie di comodo, l’ispezione sul cadavere si compie nel più completo silenzio. Fuori dal cortile l’orda dei giornalisti, sui balconi la gente di Castelvetrano.

E’ il 5 luglio del 1950, quell’uomo in canottiera e sandali, con un grosso anello al dito, steso a terra, è Salvatore Giuliano. Il 1° flash-back è il ritorno al 1945: i moti dell’Evis, dei separatisti. Il contatto con la banda Giuliano. L’incontro a Sagana per fare aderire Giuliano al movimento separatista con la promessa dell’immunità, della libertà. La montagna, campolungo, da Bellolampo ad Alcamo, Montelepre deserta, i picciotti che tornano a casa. Notte, coprifuoco, il marranzano suona. Comincia la guerra contro i carabinieri e polizia, anche l’esercito in campo. Cominciano gli agguati, gli attacchi alla caserma. Muoiono giovani carabinieri, incosapevoli di una guerra che loro nemmeno conoscono.

Il film ritorna indietro: il carro funebre con Giuliano lascia Castelvetrano tra due ali di folla. I giornalisti alla caccia di notizie come avvoltoi. Mi colpisce la scna quella dell’acquaiolo. L’acquaiolo con la carretta dei limoni è sotto il sole cocente. Il giornalista chiede: – “Che ne pensa di Giuliano”? Risposta – “Levava ai ricchi e dava ai poveri”. – il giornalista: – “E basta”? – lui – “sissignori, basta! Di dove è lei?” – di Roma” – E chi nni pò capiri lei della Sicilia?” – Altro stacco, la scena torna indietro: Montelepre, il regno di Giuliano. L’arrivo di altri militari, tutti del nord, di leva, divise grigioverdi, elmetti in testa. Il fuggi fuggi della gente seduta davanti la porta, lo svolazzo delle tende, la chiusura delle persiane ed ecco dalla caserma, spuntare sul balcone, il Maresciallo.

      

Nella sala è un boato, tutti conoscono quel Maresciallo, tutti apprezzano e rispettano u zù Pietro Santospirito, u zù Pè, l’interprete di quel ruolo importante. Lo zio Pietro è giovane, magro, senza capelli, scuro come sempre, bruciato dal sole, entra nella parte come un attore consumato, per la sua spigliatezza, la sua verve, la sua originalità, personalità che tutti a Ficarazzi conoscono. Il maresciallo deve sistemare 300 militari. “Signor colonnello, dove li metto, 300 uomini, qui ci sono stalle e magazzini! Mi scusi se insisto ma non so dove metterli! U zu Pè col suo passo spedito, le spalle un pò curve, accompagna un tenente e qui un’altra battuta delle sue: “Signor tenente, si accosti al muro, cammini sotto i balconi, sa, non è prudente esporsi, qui tira brutta aria” – Altri spari, agguati per le strette e buie vie del paese. Morti. Notte, il tamburinaro avverte la popolazione – “Sintiti, sintiti, sintiti…ppi ordini du cumannu militari ha dato ordini di coprifocu, nissuno pò nesciri di dintra si prima non aviti l’ordini di issu”! La bandiera dei separatisti, Giuliano sui monti, i soldati avanzano strisciando sulle rocce sopra il paese. Si spara, è guerra, i soldati a terra commentano: – “perchè non gli danno l’indipendenza a questi zulù”! Il film scorre con tensione, il pubblico lo segue attento.

Il paese è pieno di militari, l’acqua è razionata, è concessa un ora per fare la spesa. C’è ressa all’abbeveratoio, anche i vitelli bevono insieme alla gente. Maggio ’46, c’è l’amnistia per i delitti politici, ma non per la banda Giuliano. Cominciano i sequestri di persone, rapine, estorsioni, ricatti, dopo lo scioglimento dell’Evis. La mafia tende una mano a Giuliano. L’omertà aiuta Giuliano, il silenzio lo copre. La repressione si fa più decisa. All’alba il paese è stretto d’assedio. Giuliano è avvisato con fischi delle vedette, finisce il riposo a casa della madre.

Perquisizioni casa per casa, tutti gli uomini del paese vengono portati in manette in piazza. Ancora u zù Pè, il maresciallo, tenta di mettere la buona: – “Chista è povera genti, nun c’entra nienti!” – “tutto il paese ha a che fare con Giuliano! – risponde un severo militare. Malati, vecchi, giovani, ammanettati, in catene, in processione, tra astime ed insulti, imprecazioni, pianti, urla. Le donne si ribellano, assaltano i camion, rompono i cordoni e liberano buona parte dei loro uomini. Altro stop. Stavolta si ritorna al cimitero di Montelepre. Lo strazio, lo ripitio della madre di Giuliano: – Turiddu, Turiddu miu, chi dolori chi mi rasti, figghiu, figghiu miu”! Quelle urla, quelle litanie, quel pianto greco, scuote la corteccia dira dei contadini in sala. Giuliano è tra i blocchi di ghiaccio, sul gelido marmo dell’obitorio, c’è il riconoscimento ufficiale della madre. Altro flash-back: il mistero della strage di Portella. Arriva l’ordine di attaccare i comunisti a Portella. Di chi? – Chi sono i mandanti? – Giuliano con il suo mitra e l’impermiabile bianco guida i picciotti: – “Picciotti amuninni”! E’ il primo maggio del 1947.

Tutti lavoratori, comunisti, sono riuniti a festeggiare. – “Compagni, amici, lavoratori, ogni 1° maggio ci riuniamo qui per festeggiare…” – e cominciano a crepitare le mitragliatrici, i mitra. Fu una strage, ci fu il sangue innocente, il fuggi fuggi generale, bandiere calpestate, cavalli imbizzarriti, carretti abbandonati. “Il novello Robin Hood diventa vittima della mafio o delle losche manovre di uno stato corrotto”: Comincia la vera caccia, ancora tre anni di banditismo, di omicidi, di carabinieri uccisi e lo stato agli ordini del comandante dei carabinieri Luca riesce a sgominare la banda, grazie anche al beneplacito della mafia che ormai era troppo disturbata dall’ombra di Giuliano.

Anche il cugino Gaspare Pisciotta cade nella trappola, è la fine. Processo di Viterbo. Balzo in avanti dei film. Pisciotta parla tra le sbarre, nelle gabbie, altro boato in sala, un giovane, folti capelli, alto, dal profilo greco, un altro ficarazzese, impegnato nelle riprese del film di Rosi, compare accanto a Nero Wolf, è Sasà Roccaforte. Si susseguono i colpi di scena, gli interrogatori tra ritrattazioni, smentite, infamità, omertà.

Ecco un giovane uscire dalla gabbia, è magro, camicia bianca, è nervoso, il giudice gli chiede della strage, lui risponde secco, a mitraglia: – “Signor presidente, nun sacciui nienti, sugnu innucienti, tutto quello che avevo detto, l’ho detto sotto i lignati, signor presidente”. – E questi lo congeda avvilito. Quel giovane è anche lui ficarazzese, è Pietro Morreale, anche lui comparsa in quel film famoso. Il processo volge al termine e così pure il film. Pisciotta si autoaccusa dell’assassinio di Giuliano, di essere stato confidente di PS e Carabinieri e anche per lui arriva la fine, avvelenato dal caffè all’Ucciardone. Il film si chiude sul mercato di Villabate con un omicidio tra la gente. Una storie e mille misteri che ancora oggi avvince, come tanti anni fa, in quel cinema che oggi tristemente è chiuso. “La storia più bella è quella lasciata a metà”. (S. Steinbeck)

Giuseppe Morreale

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