Download! EcosiciliaLeggi Ecosicilia in PDF

Ficarazzi e la sua storia in un depliant

PICCOLO CENTRO ALLE PORTE DI PALERMO Le case di Ficarazzi, color della terra, bianche, a volte di più acceso mattone o giallo tufo, si estendono ad est di Palermo lungo la frequentata strada statale 113, talmente vicine al capoluogo da essere scambiate per le prime propaggini di esso.

Pochi si chiedono quale sia il paese che con tanta fretta, sulla strada per Palermo, stanno attraversando. Si prende nota, meccanicamente, di passanti, di qualche balconcino fiorito, di bar e dei loro avventori, di variopinti carretti di ambulanti. Poi si è già fuori. Territorio piccolo, invero, quello di Ficarazzi, 350 ettari fitti di limoneti e aranceti, compresso tra le più grandi Bagheria e Villabate, tanto che, a volte, non risulta neanche nelle cartine geografiche, quasi venisse fagocitato dalle più ingombranti vicine.

UN PO’ DI STORIA

Per lunghissimo tempo, peraltro, la storia di questo territorio si mescola con quella dei paesi limitrofi e si inserisce, complessivamente, nelle vicende della Conca d’Oro: si insediarono in questa zona dapprima coloni cretesi (XII sec. a.C.), fuggiti dalla loro isola a seguito dell’invasione subìta da parte di gruppi di greci di stirpe dorica.

Più tardi, nel VI secolo, si sovrappose a questo primo insediamento una colonia punica, la cui presenza è testimoniata dal più importante rinvenimento archeologico della zona: due sarcofagi in forma muliebre, venuti alla luce presso Pizzo Cannita ed oggi conservati nel Museo Archeologico di Palermo.

In epoca storica il territorio ficarazzese fu tutt’uno con quello della vicina Misilmeri, della cui baronia – proprietà dei Chiaramonte, prima, dei La Grua, poi – faceva parte.

Nel Quattrocento il feudo si scisse: una parte andò alla famiglia Ajutamicristo, l’altra – in cui ricadeva il territorio della futura Ficarazzi – fu concessa al vicerè Pietro Speciale, il quale vi intraprese la coltivazione e la trasformazione della canna da zucchero che, tra il Trecento ed il Quattrocento, era la principale attività economica della Sicilia, tanto da dare all’isola il primato della produzione mediterranea.

Al vicerè si deve la costruzione della torre della famiglia Speciale ed il sorgere, intorno ad essa, di un primo nucleo di abitazioni rurali, nelle quali vivevano gli operai addetti al trappeto. La torre-abitazione di Pietro Speciale – iniziata nel 1468 – è molto interessante, poichè tale edificio è esemplare di una tipologia abitativa rurale che ne XV secolo era molto diffusa.

Purtroppo è estremamente difficile, ormai, leggere le caratteristiche originarie della torre. Nel corso dei secoli, infatti, e soprattutto a partire dal Settecento, subì profonde modificazioni per essere adibita a casina di villeggiatura dei nuovi proprietari del feudo.

Sempre alla seconda metà del Quattrocento risale la costruzione dell’acquedotto che doveva servire la piantagione di canna da zucchero, voluto e finanziato dal “socio” del vicerè Speciale, Pietro Campo. L’acquedotto monumentale, dai multi et assaissimi archi altissimi et a vidirisi mirabili (Ranzano), è tuttora pressocchè intatto nella sua originaria maestosità; le sue eleganti campate scavalcano il fiume Eleuterio che fu per secoli il principale dispensatore d’acqua per queste contrade che, proprio grazie ad esso, si distinguevano per la fertilità del terreno e per il rigoglio della vegetazione.

Ma torniamo al nostro piccolo agglomerato di case: nel 1648 il possesso del territorio fu concesso ai Padri Teatini i quali lo mantennero fino alla prima metà del Settecento fin quando, cioè, nel 1733, passò al marchese Luigi Giardina de Guevara.

Quell’anno si può considerare la data di nascita di Ficarazzi: al principe Giardina, infatti, si deve la sistemazione urbana ed il popolamento sistematico del nuovo villaggio. La neonata cittadina fu parte dei feudi della famiglia Giardina praticamente fino all’annessione della Sicilia al nascente Regno d’Italia.

La vita del piccolo borgo non fu mai facile: schiacciato, come dicevamo, fra realtà più grandi, non ha vissuto finora una vera e propria crescita economica, il cui timido avvio si è potuto registrare solo negli ultimi anni, con la progettazione, da parte delle più recenti amministrazioni comunali, di piani di sviluppo edilizio, economico e sociale.

LA VISITA

Il Castello è la principale emergenza architettonica del paese, soprattutto per le sue valenze storiche: come già accennato, infatti, fu intorno a questa struttura che si sviluppò il primo nucleo della futura Ficarazzi. Oggi l’edificio ha perso il suo originario aspetto di fortilizio, così come era stato edificato da Pietro Speciale, e si presenta come una tipica casina di villeggiatura settecentesca, seppure meno vezzosa delle ville della vicina Bagheria.

Simile in questo ai nobili proprietari di feudi nella piana bagherese, la famiglia Giardina-Naselli, che per due secoli fu proprietaria di Ficarazzi, scelse l’amena zona ad est di Palermo per la propria villeggiatura e fece pertanto risistemare secondo il gusto del tempo la vetusta costruzione. Fu aggiunta un’ala e fu edificato un sontuoso scalone d’accesso a doppia rampa, i saloni furono ampliati e decorati e nelle massicce cortine murarie balconcini dalla caratteristica ringhiera rigonfia in ferro battuto.

Perduta la sua predominanza nel territorio, la famiglia Naselli abbandonò Ficarazzi, ed il palazzo, “maestoso e corrucciato della sua passata gloria” (De Simone), di proprietario in proprietario giunse infine alle suore Teatine, che ancora adesso vi vivono, gestendo al suo interno una scuola materna. Il secondo edificio di pregio è la Chiesa Madre, intitolata a Sant’Atanasio.

Fu edificata ai piedi della scalinata d’accesso al palazzo dei principi Giardina nella prima metà del Settecento. Il prospetto, bianco e lineare, è impreziosito da un portale di linea rigorosa, il cui unico vezzo è una graziosa lunetta decorata. All’interno, ad un’unica navata, si custodisce un pregevole Crocifisso ligneo del Cinquecento, opera di Frà Umile da Petralia, uno scultore madonita i cui sofferenti Crocifissi si ritrovano in numerose chiese del Palermitano e delle Madonie.

Testo di M. Cristina Castellucci

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*