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Ficarazzi e l’arena scomparsa

Serata di mezz’agosto, il mare agitato si ribatte sugli scogli, insieme all’acre puzza dell’alga, arriva la dolciastra, nauseante puzza della grascia che afferra solitamente l’Aspra e anche le naschi. L’arena “La Conchiglia” sembra una piccola isola in quell’arcipelago di confusione, di caldo, di traffico, di bancarelle, rumore, il caos… Lo schermo, bianco sporco, di cemento, vi passeggiano i tignosi, i geco, entrano nelle bocche sorridenti degli attori del film. Nell’intervallo, con l’afa sciroccosa che quasi stordisce, una domanda: “Papà, perché a Ficarazzi non abbiamo un arena?”. Colpito, rispondo che appena posso le racconterò la storia dell’arena di Ficarazzi. Sullo schermo De Niro rincorre Dustin Hoffmann, un cane vuole sedurre un gatto, io volo, volo col pensiero, fuori… in via San Martino, n. 5, a Ficarazzi.

All’angolo il forno a legna della Melchiorre, poi un vicoletto; un tunnel buio, su cui davano le porte scure, grandi del cinema Risorgimento, uscita di sicurezza, in rosso piccolo; delle case, un’altro angolo, un portello, una donna dal viso astutato, capelli grigi, sul bianco, sembra anziana ma è ancora giovane, la chiamano la “fusilla”, boh? Un grande spiazzo, un muro alto, colorato con la quacina, un portone, ai lati delle siepi di gelsomino. A fronte la casa di don Vicè, giovane palermitano, allegro, con i baffetti, sembra Domenico Modugno; ha un magazzino, con le botti di vino, il suo profumo sfidava l’odore pungente della zagara e del gelsomino; ancora una casa, un basso, ci abitava don Michele, un venditore ambulante, teneva pure il carrettino e l’asino.

Al di là del muro, lo schermo, arcuato, bianco, maestoso, con le piante che lo sfiorano, l’arena Risorgimento, tra gli agrumi, le campanelle, accarezzata dal fresco e dalla brezza che acchianava dal Pizzotto, da Grasso, era tutto verde, casuzze, catusi, fichi, alberi di gelsi che spiccavano tra i piedi di limoni, campagna, sipale, trazzere, campagna e poi il mare, azzurro, dai ciotoli bianchi, il cemento, i palazzoni erano lontani anni luce! Dentro l’arena era un gioiellino, circondata da troffe di gelsomino, a terra un suolo di brecciolino, bianco, minuto, e le sedie, tutte in ferro, tenevano fresco. Don Ciccio Giallombardo, basso, tarchiato, rotondetto, capelli bianchi, era il padrone, che gestiva con il figlio Atanasio, questo pezzo di paradiso della Ficarazzi degli anni 60.

Sembrava severo, un po’ burbero, ma la sua voce particolare lo tradiva, era una persona dal cuore buono; in tanti la sera, fermi, davanti al portone, dove staccava i biglietti ci taliava attraverso i suoi occhialini dorati poggiati sul naso e poi tutti i picciriddi, scuri, dagli occhioni neri, dal ciuffo ribelle, sandali ai piedi, pantaloncini corti, tutti dentro, seduti a terra nelle prime file, incantati dal Morandi militare che intonava “In ginocchio da te” o scricchiati dalle risate dei films di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Era sempre china l’arena di don Ciccio, anche se la cabina di proiezione, con la sua macchina a carbone, guidata da un certo Aruta, figlio di un carabiniere, faceva i capricci, quante volte si rompeva la pellicola… C’era bella gente all’arena, acchianava dal mare, venivano dalla campagna, i Cannizzaro, i Tesauro, i Marsala; dottori, avvocati, camicie bianche con foulard al collo, sigarette col bocchino, capelli impomatati con la brillantina; signore, belle sciacquate, capelli alla francese o col tuppo, grandi orecchini alla spagnola o alla zingaresca, scollate coi seni, sodi, abbronzati, coperti da scialline bianche; dalle gonne fiorate o alla scozzese; passato il portello della fusilla, arricciavano il naso al buon odorino che arrivava dalla tavola, sempre apparecchiata, della signora Maria; pareva sempri festa, sarde a beccafico, vopi annegati in aceto e cipolla, tonnina e spada, maccarronello e sicciteddi fritti, c’era da svenire! Don Ciccio staccava i biglietti e controllava l’ingresso; alcuni picciotti per trasiri gratis vendevano ascaretti, gassose e caramelle.

Arrivavano a frotte; le ragazze che si facevano zite con tutta la carovana, padre, madre, fratellino, zia e nonna; chi ancora liccava stava in un agnone e mandava segnali con gli occhi, attenta al padre o al fratello, geloso e manesco. Cavalli di battaglia i film western con Yul Brinner e Richard Widmark, “I magnifici sette”; i film d’amore che facevano piangere come “Catene” o “I figli di nessuno” con Amedeo Nazzari o i comici come Totò e Alberto Sordi o i nostri Franco e Ciccio. Abitavo a due passi dall’arena e tutte le sere ero li dentro, facevo notte. Le belle serate dal cielo stellato; il profumo del gelsomino con le farfalle che volavano nell’aria limpida e priva di puzzure, di gas, di zanzare.

L’arena Risorgimento di don Ciccio viveva il suo momento magico nelle estati di una Ficarazzi piena di colore, di luce che abbagliava, di luoghi che vivevano di storia propria, ancora lontana da una Palermo troppo vicina. Due piazze, il Chiano e S. Atanasio, bruciate dal sole, forte, intenso, da dove si allargavano le sue vanelle, con le case basse, dalle mura colorate, con le scalette delle persiane abbassate; i portelli abbutati, con le tende lavorate a mano; con le fontanelle dall’acqua fresca e corrente; con i canali dello scolo, bagnati la mattina, asciutti la sera. Dal Castello misterioso, spettatore e teatro di scenari tragici ora comici, di storie d’amore ammucciate, di fuitine organizzate, volute e non volute, di sparamenti, di tragedie covate tra odio e invidia, da persone antiche, semplici, piene di contraddizioni ma anche ricche d’umanità, di rispetto, che col tempo hanno perso l’identità, le tradizioni, gli usi.

E in questa Ficarazzi delle piccole putie, della spesa fatta a crirenza con il pizzino; della pasta sfusa, delle sigarette sfuse, del sangunazzu, del campanaro, delle sedie sistemate davanti le porte, tutti seduti a prendere il fresco, perché dentro c’è il fuoco. Ficarazzi dei picciriddi che crescevano in mezzo alla strada tra giochi antichi, tra sciarre e pattini, figurine, catinelle pistoli e vampe; cresciuti tra pane con l’olio e lo zucchero, le pollanche e il cannestrino del gelato da don Agostino. Tutti che parravano il dialetto siciliano, lingua madre; tutti Giuseppe o Maria, Salvatore o Concetta, Atanasio e Rosalia, Natascia, Vanessa e Dimitri restavano nelle fredde terre della Russia comunista. Attorno all’arena Risorgimento rinasceva la Ficarazzi del dopoguerra. Le domeniche erano domeniche: il vestitino buono, la maglietta bianco col coccodrillo, le scarpe nuove comprate da Patania; l’uomo che vendeva le scale, il camion con gli arbigi; l’uomo dei coltelli e quello delle coppole; quello che odiavo, l’uomo degli uccelli!

Le chiacchiere in piazza; i saloni pieni, barba e capelli, sfumatura bassa, da Turiddo o da Prizzi, dallo Sciccaro o da Fifiddu; la briscola al bar; la chiesa, padre Vitellaro da buon pastore, seguito da una gioventù colta e intelligente; la gente che parlava e con le mani tagliava l’aria, la voce sempre alta, da buoni arabi o spagnoli, da cui discendiamo. La manciata, la pasta con la salsa, il basilico profumato; le chianche con le costate o la salsiccia, da Vito o da Totò La Porta, che allontanano il pititto sofferto nel dopoguerra. Si travagghia, in campagna l’oro arriva dai limoni. E’ in questo scorrere del tempo che l’arena di don Ciccio fa scorrere i suoi films, fa sognare ad occhi aperti, lascia a bocca aperta, imita e scimiotta i grandi personaggi, fa uscire dall’isolamento, fa stare in gruppo, ha voglia di sapere, conoscere, e il tempo vola.

Vola con immagini illuminate dalla luce giallognola del passato, sempre più sbiadite sempre meno belle, sempre più dure, amare. Ficarazzi, paese dove l’estate non finiva mai. Stavamo sempre fuori, sotto il cielo, all’aperto, dentro, solo la notte, si stava stretti… tra odori e sapori antichi, l’astratto, le bottiglie di salsa, le maidde per le vanelle; le melenzane fatte in tanti modi, pure sbattute al muro; la caponatina; la pasta con i tennerumi; i peperoni ripieni, i babbaluci con l’aglio e il prezzemolo; i muluna russi del Monaco, odori che s’alzano in aria e annegano tra i tetti bassi, fatti di canali rossi macchiati di muschio, tra poche antenne e nessun recipiente blu. Nelle vanelle i carretti spaiati stanno davanti alle porte, cavalli e scecchi si cacciano le mosche con le code. Il silenzio è rotto dalle “Mille bolle blu” di Mina o dal “Sapore di sale” di Paoli, ma tutto in sottofondo, col paese che sonnecchia in lunghi pomeriggi messicani. Si accavallano i richiami delle madri, scantate, ai picciriddi scavusi e sudati: “Veni dintra ci sono i zingari…”. Tra balcone e balcone, tra pannizzi e lenzuola stesi che svolazzano al maestrale che soffia da via S. Martino, parraciunianu donne in nero, si confidano e si contano cose intime.

Via S. Martino, la strada dell’arena, all’angolo il forno della Melchiorre, dove Totuccio e Mastro Ciccio fanno il miglior pane di Ficarazzi, pistoloni, scalette, vastelloni, con la giuggiulena, che poi tutto il pane dei fornai di Ficarazzi era il migliore della Sicilia. Era d’estate, c’era la lassata in sicco, i bastardoni venivano guardati con le scopette; i guardiani d’acqua facevano come i ciauli; i campestri con la giacca e fucile in spalla giravano dalla Vorica a Compagnone, da Siciliana alla Cannita. Si aspettava la festa del Santo Patrono, ogni domenica il comitato aveva arricugghiuto col coppo e tra sacro e profano si aspettavano le corse dei cavalli, nello stradone, tra balle di fieno e carabinieri arrivati da Palermo e Bagheria, sudati, seri, immobili.

Ci mancava assai, direi tutto, ma eravamo sereni, felici, in pace, col silenzio; c’era l’arena Risorgimento con i suoi films in bianco e nero, con la pellicola che si rompeva. Ci conoscevamo tutti, il tempo scorreva lento, segnato dai rintocchi dell’orologio di S. Atanasio, ogni quindici minuti o dal mortorio, quando funzionava e quando si moriva… Oggi l’arena Risorgimento, nel vicoletto di via S. Martino non esiste più è andata via così come pure il buon don Ciccio; di lei oggi rimane, appeso al muro vicino al municipio, uno scheletro di legno dove Pinuzzu u Cataldo vi attaccava le locandine dei film… Mi sembra, devo andare a controllare…

N.B. “Io amo criticamente, o critico con amore questa terra di cui orgoglioso ne racconto il passato”.

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