Ficarazzi il “macello”

Ficarazzi è un paese di terra, vicino al mare, il suo territorio è piccolo piccolo, con una cultura contadina e artigiana sopravissuta a stento in questo secolo. Poca terra, poco mare, dal tempo di quando ero piccolo molte cose sono cambiate, in meglio o in peggio non m’interessa ma proprio perché sono cambiate rischiano di perdersi, di svanire anche all’interno della memoria. Una cosa che è svanita, scomparsa agli occhi di noi ficarazzesi è il macello, un luogo che ho conosciuto e che mi ha dato il via per l’ennesimo racconto sulla Ficarazzi che fu! La campana della chiesa suonava a mortorio; i colombi volarono via dalla fontana, il corso era vacante, don Pietro alzava la saracinesca della privativa; i due chierichetti, Totò e Stefano, visi rossi e capelli scompigliati aprivano il triste corteo; padre Vitellaro dava l’ultimo saluto al morto, dal marciapiede, il paese finiva li!

Dopo la curva c’era il ciumi e poi u campusantu. Il baio pezzato era possente e nervoso, i suoi zoccoli generavano scintille e fiammelle, Nilluzzu tra le mani teneva le briglie e la coppola, tagliava con orgoglio la carrozza nera con le ghirlande appese alle borchie ai quattro lati.

A destra c’era il macello, tutti erano fermi, appena il corteo passò, tutti si mossero. Davanti al portone di legno tarmato un carabiniere, timido e pieno di sdegno, dava le spalle e mirava verso lo stradone. Nel camerine centrale, mangiatoie piene, agli anelli erano legati diversi vitelli; in un cortiletto interno, tra paglia bagnata e sporcizie varie si arrotolavano rosei e pingui maiali; piangevano, sentivano nell’aria che era arrivata la fine. Le mucche dagli occhi acquosi e teneri ruminavano senza pensieri.

Accanto allo scranno che fungeva da ufficio, legato ad un anello, solitario, un asino spelacchiato, dalle orecchie calate, coi fianchi secchi. I vigili Blando e Mimiddu attenti, controllavano le bollette d’entrata, era giorno di macello, il Chiano dell’Aria era in movimento; u zu Carru aveva fattu matinata, Pitrino lo seguiva a ruota; a za Ciccina chiamava i picciriddi, aveva paura perché dalla vallotta i vaccai e i carnezzieri stavano facendo acchianari i tori.

Il palazzotto del collocatore, nuovo fiammante, faceva contrasto con quel casermone in basso, dalle facciate rosse pallide con l’intonaco scrostato, dal tetto con le tegole rosse e rotte, il signor Piazza dalle finestre di dietro, tra tesserini rosa e domande di disoccupazione, osservava quel via vai in quel budello di strada, carretti con fumiere, 615, camioncini, lape, il marciapiede era chinu di picciotti e di canna da stendere che non facevano niente. Anche le suore del vicino castello, dal muro del cimitero sconsacrato curiosavano verso il vallone, dove u zu Pitrinu si curava i nespoli carichi all’albero, nella timpa di sopra pure il Commendatore si taliava gli interessi.

Tutti erano in ansia per quella comarca che cacciava fuori dallo stallone i tori agitati e furiosi, tra piante dolci e gentili come le campa-nelle e i gelsomini del vialetto. Giovanni e Saruzzu, u zu Vitu e Totò con le corde tiravano i tori che scalciavano e si bloccavano.

Più indietro Andrea traccheggiava con degli agnelli che nascono solo per andare al macello. Fu come un lampo e un trono, due tori dal vello nero e rossiccio, allazzaru verso u chiano dell’Aria, verso i casi popolari. Fu il finimondo! Don Placido con prontezza chiuse il portoncino, u zu Luigi saltò dal balconcino di ferro. Donna Filippina e donna Caterina lanciarono grida da tragedie greche; u zu Pippinu chiuse la stalla del suo cavallo; Atanasio saltò sul muro del campo. Mastro Tatò buttò all’aria i palloni che stava preparando per Pasqua e ammuttò donna Tanina dietro al Portello.

U zu Serafino tirò una sedia di paglia dal balcone e i tori spaventati da tutto quel baialamme si fermarono all’angolo dello stradone, u zu Bastianu ci tirò un cato d’acqua. Saruzzu dai nervi saldi, con freddezza n’agguantò uno a volo con la corda al collo. Anche u zu Vitu possente e alto n’abbrancò uno e li strasunarunu verso il macello, tra polvere, galline che starnazzavano, picciriddi che piangevano e balconi pieni di fimmini che gridavano tra biancheria stesa. Si entrò nel macello, i bazzarioti entravano e uscivano, facevano confusione, c’erano pure i barioti, don Michele e don Tanu, avevano a scannari pure loro. Isidoro era incaricato di sparare: braccio teso, polso teso, palmo teso, pistola speciale, colpo col chiodo, nella fronte tra gli occhi.

Le grida dei maiali coprivano il cicalicchio delle genti. L’odore, stordente, forte, di letame, di sangue, di sudori, pungeva le narici. Con l’acqua calda i pellesquadre trattavano le pelli dure e sporche dei porci; altri facevano una intacca nella pelle e con un dito infilato in un buco tiravano la pelle dei vitelli, i coltelli facevano il resto.

Il sangue scolava a fiumi, alcuni lo bevevano caldo e fumante, si mischiava in mille rivoli con l’acqua corrente che bagnava i lastroni scivolosi. Gatti da un lato e topi dall’altra stavano in attesa che tutto finiva. Gli occhi degli animali da vivi dicevano terrore, da morti erano due cavità, due pupille nelle mani di Filì.

Altri colpi in fronte, altri armali che si stinnicchiavano a corpo morto; agli agnelli gli infilavano lo scannatore in gola e lo facevano sboccheggiare di sangue terra terra. Le bocche erano chiuse, coi denti aperti in uno strano sorriso. Con l’accetta staccavano le teste, con cutiddazzi ammulati tragliavano i quarti e squartavano, tirando fuori il cuore che batteva ancora; il fegato ca meusa, non si buttava niente.

Il sangue scolava per tutto il camerine, Totò si preparava per il sangunazzu, e il campanazzu. In un angolo, seminascosto da un muretto, coperto da carnezzieri dai falari insanguinati, da vaccai imbrattati di letame, operai che caricavano i quarti di bue, stavo io, pieno di orrore misto a curiosità, osservavo quella scena partorita dalla fantasia di Dante, e che rimase a lungo scolpita nella mia memoria.

Poco tempo dopo quel tempio grondante di sangue e orrore chiuse i battenti, poi fu addirittura abbattuto, e a Ficarazzi non rimase nemmeno l’ombra del macello, una struttura che tutti ci invidiavano, anche questa è una perla della collana che il popolo di Ficarazzi ha smarrito!

Articolo di Giuseppe Morreale

Un pensiero su “Ficarazzi il “macello”

  • 6 Aprile 2013 in 15:19
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    bravo giuseppe lai racontato bene io cero mi appasionavo di andare a vedere al macello quello ke facevano bei ricordi mi ai fatto ritornare nel passato ficarazzi nel bene e nel male e senpre nel mio cuore …

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