Il Chiano: Inter – Juventus a Largo Smeraldi

Erano altri tempi!! Nel cinematografo della mente, il film dei ricordi insiste in proiezioni continue. Ficarazzi era ancora lontana da Palermo, l’Eleuterio con la “china” ogni tanto faceva paura, ora a secco come il deserto, alla festa di Porticello ci si andava a piedi per vedere le lacrime di Merola e il ciuffo di Little Tony, Bagheria era, invece, vicina ed i fuochi di artificio si sparavano nei limoneti poi sfrattati dalla “Caravella”. Alla Milicia, u zu Turiddu Megna, u zu Pippino Casciu e u zu Agostino Valenti, ci andavano col carretto, tutto Rinaldo, Orlando e durlindane, giummi e cianciane, quello stesso carretto sotto il quale, dopo aver fatto schiticchio con salsiccia e vino rosso, forte e cotto dal sole mediterraneo si coricavano aspettando l’alba.

Memorabili le partite dalla mattina alla sera, tra “Juventus e Inter” a Largo Smeraldi, “U Chianu”! Allora le estati erano più calde e secche, Giovanni Caisella con il suo triciclo pieno di coni e pozzetti di gelato anticipava “cuore di panna”. La fontana era lì, grande e maestosa, l’acqua usciva di fuori e scendeva per la scinnutella, ma era già in rovina ed era attorniata da cavalli, donne con cati e quartare, la sporcizia le faceva da cornice.

Il Castello, misterioso nido d’amore in passato, rifugio di fede oggi, dominava la scena, seppur ombrato da case popolari che dovrebbero andare giù, ma da 50 anni sono sempre lì. Senza diverrebbe una “campo dei fiori”. Padre Vitellaro battezzava i nati e benediva i morti, seguito da un gruppo di ragazzi che diventeranno l’intelligenzia del paese.

      

Il Sindaco don Atanasio, sanguigno, si toccava sempre l’orecchio e faceva fuggire lontano un sogno che avrebbe cambiato il futuro di Ficarazzi. Turiddu faceva sempre barbe e iniezioni all’impiedi, mentre nel suo salone si intesseva la tela del bel calcio anni ’60 e sotto la panca, tra schiuma e “proraso” il pallone sgonfio aspettava Giovanni Aurilio.

Franco studiava sotto l’occhio vigile di “Amleto”, un teschio, trovato tra lo scempio del “Martinetto” in una lontana estate afosa che fece temere il tifo (e non quello calcistico). Eravamo dei “bravi ragazzi”, buoni a raccogliere ramaglia alla Spinosa per la vampa di San Giuseppe e imitare i miti americani sparando per i “morti” lungo le vie ancora senza marciapiedi e con le lampade di 60 watt a fare luce, altro che mortaretti e bombette di oggi! Ma il calcio su tutti e su tutto: Juve Inter, magliette bianconereazzurre sdrucite, strette o troppo larghe indossate come una seconda pelle.

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Pinuzzu, il bravo “ammogghiacuttuni” intonava come un muezzin arabo: “Michilooooò! Michilooooò!” I dribbling nascevano tra pattini e trottole, tra scatti per scansare le ire dello Zio Pietrino! Le auto erano poche, brillavano. I 1100 neri, lunghi e lucidi di Nino Monti, che odorava di francese, e quello di Gino Rocco, che oggi riposa in terra straniera ma che Ficarazzi non dimentica mai, ricorda sempre i suoi figli, anche lontani. Gli alberi di nespole erano ancora tanti come tante erano le scale ed i panari! I rumori erano pochi ed il treno, quando passava sembrava sotto casa! Il suono delle campane di S. Atanasio chiamava a raccolta i fedeli.

La litoranea non si era ancora mangiato la marina, e il mare vestiva di azzurro intenso, mentre le pietre delle filippine erano bianche, la spiaggia del “professore” era “in”. La scuola era una cosa seria, si lavorava duramente ed il pane s’impastava con fatica e sudore puro. L’allegria era di tutti come di tutti erano dispiaceri e lutti, la comunità era solidale, più unita. Si amoreggiava per le viuzze discrete, dalle persiane sempre socchiuse occhi curiosi balenavano nel buio.

Torino viveva il boom della Fiat, quanti emigranti, Ficarazzi viveva quello dell’agricoltura. La mattina la sveglia la davano centinaia di biciclette che partivano per la vicina Villabate o per i Ciaculli e Giardini, l’oro della Conca D’Oro. La domenica si correva ai “Lannari” grazie al pioniere Bastiano quella salita diventava il circuito di San Cristobal.

Anche allora Inter- Juventus era la classica ed il Palermo era, come sempre, l’amore mancato. Il nostro sogno era lì: quella piazzatta oggi meta del bel mondo religioso e “muretto” della nostra gioventù moderna, insoddisfatta, confusa ma bella e sana. “Stacchini” si sbucciava il ginocchio e volava, “Sivori” litigava sempre con tutti, “Mazzola” era il contrario di quello vero, un gran lumacone, Michele era sempre con l’orecchio attento alla chiamata dal Castello; Peppuccio Comparetto si tuffava sul brecciolino come se si tuffasse alla crocicchia. Franco il futuro ragioniere, era veloce come il vento e se la giocava con Ciccio Monti che poi diventò Ciccio-Gol, Peppuccio Cummo sognava Rivera e lo copiava anche quando mangiava.

Inuccio era tutto Jair, che banda, Ciccio Domino il magrolino, Peppuccio Rocco, lo scuro. Che ragazzi! Eh si, erano veramente altri tempi! Tempi passati in fretta, tanto di corsa, che sembra non siano stati realmente vissuti. Il “Chiano” era il “Chiano” con i suoi piccoli eroi che stanchi, disfatti, la sera sognavano San Siro o il Filadelfia, Corso e Nicolè, Anzolin e Sarti, Facchetti e Leoncini. E nel “Chiano” non mancavano nemmeno le scene pirandelliane. La corda pazza con donna Carmela, Don Pippino, Don Pitrinu, Don Atanasio, Don Masino, Don Calorio, Don Ciccio, “sei personaggi in cerca d’autore”.

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Uno spaccato misto del piccolo mondo ficarazzese, con tutte le tradizioni e gli umori siciliani. Un mondo che non ci capiva, che non amava il pallone e che noi rispettavamo malgrado qualche pietra o bastone che ci sfiorava la testa o le spalle. Persone che oggi ci mancano e che non hanno mai avuto chi li sostituisse nel panorama ficarazzese. Oggi Largo Smeraldi si chiama Piazza Padre Pio, ci sono fiori e panchine, tante luci, tanti giovani.

Ma per noi rimane sempre “U Chianu”, noi che sogniamo, ancora, che un pallone sgonfio possa uscire da sotto una panca in un pomeriggio caldo e secco, tra l’odore di pesche e della brezza marina, fare un tiro alla “Pelè” che superi Peppuccio e vada a spegnersi sul muretto della Chiesa, passando lo stradone orfano di macchine.

Largo Smeraldi, campo di cuore dove giocammo la partita dei giorni spensierati con un pallone sgonfio d’aria, ma gonfio di speranze, a te va il nostro grazie.

tratto dal volume “Le perle della memoria” di Giuseppe Morreale

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