Il “collocatore” …il signor Piazza

piazza-collocatore“…la palla sbatteva sulla finestra, giocavamo tutto il giorno al Chiano ri l’Aria…il signor Piazza lavorava tutto il giorno, i disoccupati erano tanti ma lui aveva sempre una sistemazione per tutti e a noi ci rimproverava con gentilezza, era una persona perbene gentile e bonario, lo rispettavano tutti…”

La casa del collocatore stava al Piano dell’Aria, tra le case popolari, fabbricata sopra una montagnola di terra sembrava una villetta, linda, nuova, con la pietra a vista e le tegole rosse, lì davanti giocavamo, ci sciarriavamu, ci assicutavamu, mangiavamo il pane con l’olio o liccavamu il gelato di Giuvanni Caisella, lì era la scuola del marciapiede, eravamo una banda di “cocci di tacca”, armati di fionde e cuppiteddi, con pattine e carruzzuna, in quello spiazzo c’era il nostro mondo, il signor Piazza ogni tanto, quando i disoccupati lasciavano l’ufficio, s’affacciava a fumarsi con calma una sigaretta, sempre in giacca e cravatta stava lì sulla porta col sorriso a fior di labbra ci guardava e tistiava, il suo sguardo volava per tutto il campo e si soffermava sulla finestra aperta della signora Giustina che badava con fatica alla sua famiglia numerosa, lì al Campo come era chiamato il Piano dell’Aia c’era il popolino di Ficarazzi, contadini, impiegati, disoccupati, pensionati, erano quasi tutte famiglie numerose, come quella di Turiddu Lanno o quella dei Fontana, lui ferroviere ligio al dovere e rigido con i figli…pensava a loro il signor Piazza, a quei ragazzi che crescevano in un contesto difficile ma pieno di rispetto e ricco di passato come quello che si aveva per don Benedetto Segreto, reduce della guerra con la sua gamba offesa…aveva sempre una buona parola per tutti.

Per Carru eterno disoccupato, un consiglio per chi aveva probllemi come Masino Angileri, una lettera da scrivere per la pensione di Totò u Pallunaru, ricordava ai Cacciatori il tesserino rosa da bollare, la domanda di disoccupazione per Pippinu u Sunaturi, una raccomandazione per il figlio di Totò Pace, due chiacchere con le tante fimmini del Chiano che scendevano per accattare i pesci da Ciccio l’Asparotu, la simpatica signora Maria a Barciallonisa, la funerea donna Sasà sempre in nero, la mai stanca donna Filippina, la sorridente signora Angelina, con suo marito, Tanino, dialogava sulla guerra in Africa, anche don Placido si fermava e scambiava qualche opinione sulla politica, lui, il signor Piazza era sempre compito, mai una parola pesante o volgare, in quel teatro all’aperto qual’era il Chiano, ricco di personaggi coloriti, figli del popolo quasi stonava con la sua presenza.

Ma anche lui era figlio del popolo e infatti amava quella gente, voleva bene al figlio di Carru, Tanino, rideva alle battute del piccolo Peppuccio il Tubetto, voleva pagare i pesci che gli regalava il buon Giovanni Cataldo che pescava alla Balata Chiana, riceveva tutti i campagnoli anche fuori orario, lui era sempre lì ad aspettarli, sia quelli rossi, che quelli della fiamma, non teneva partito, anche se qualcuno sussurrava che era dello scudo crociato, ma non faceva distinsioni, categorie, per lui erano tutti uguali, perchè lui viveva tra loro, con i loro problemi, con i loro figli, tra voci allegre e momenti tristi, tra sciarre e feste, tra odori di pesce fritto e broccoli bolliti, tra balconi aperti dove uscivano le noti di canzoni che ti aiutavano ad affrontare la vita col sorriso in bocca, come quel sorriso che lo accompagnava per tutto il giorno e che lo ha fatto amare da quella gente semplice e umile che ancora oggi non hanno smesso di ricordarlo, il signor Piazza…u cullucaturi…

Articolo di Giuseppe Morreale

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