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Il provino… I sogni nel pallone: Quando incontrai Marcello Dell’Utri

Un’estate degli anni 60, caldo afoso, un pomeriggio col paese che faceva la siesta, tutti erano pigliati dallo scirocco, stavano abbuattati dentro le case, tutto chiuso, guai ad aprire una finestra, una porta, aria calda non doveva entrare e aria fresca non doveva uscire. Nel silenzio rotto dal canto mortale delle cicale, appassoluti dal caldo, aspettavamo
l’autobus per Palermo davanti la putìa di Mimillo Buonadonna, vicino ad un cartedduni di babbaluci e a un mazzo di tinnirumi più musci di noi che in quel pomeriggio di estate vera, dal caldo pesante stavamo andando a fare il provino con la Bacigalupo, il migliore vivaio di calcio di Palermo, a Resuttana di fronte allo Stadio della Favorita e a Villa  Sofia. Con me c’erano: mio zio Ino, Michele La Bianca, Franco Damiano e Michele Morsicato, ci accompagnava uno “granni”, u zù Totò Lo Cascio, un vero uomo di sport, che dopo una vita tra la nebbia e il freddo di Torino era tornato a Ficarazzi e con l’altro simpatico personaggio che era Bastiano, al Martinetto aveva gettato le fondamenta per creare
una squadra, cominciando con il Grande Torino, dove giocavano Peppuccio Greco, Peppuccio Pollara, Peppuccio
Alcamo detto Amarildo, dove parava Totò Di Bartolo e giocavano tanti altri ragazzi. I nostri familiari erano contrari
al gioco del calcio, erano altri tempi, in pochi continuavano a studiare, in molti andavano a lavorare. Di quella “uscita” fuori paese non sapevano nulla e noi muti muti “spiremmu nel pallone”!. Michele La Bianca, abitava vicino le Scuole, toccava  la palla di fino,era un po’ lagnuso perché non gli piaceva allenarsi, ma già giocava a Bagheria nella San Cataldo di Padre Fiorenzo, ed era assicutato da Vincenzo Amalfitano che lo voleva nella Stella Rossa, Michele quando giocava pareva Rivera!. Franco Damiano, stava sopra la fontana, vicino al Castello, e con me, Michele Morsicato, Peppuccio Comparetto, detto il Barioto, che volava come i gatti quando parava, con Calogero Aurilio al Chiano facevamo squadra contro a Ciccio Monti, Michele Manna, Ciccio Domino e Peppucci Rocco che ora vivono in
America. Franco Damiano correva come il vento, era  con Calogero il più veloce di tutti!.

Michele Morsicato era nico nico, come tutti noi d’altronde, pareva sempre stanco perché nei movimenti era lento, ma quando dribblava lasciava a tutti dietro e poi già da piccolo mostrava grande intelligenza tattica. Michele stava pure lui sopra a “funtana”, con suo zio Pinuzzu “ammogghiacuttuni”, perché gli era morta la madre e suo padre, Angiluzzu, un bravo cristiano, commerciante, era sempre a lavorare. Pinuzzu era un disabile, lavorava alla Amia a
Palermo, pareva un’orco ma era un pezzo di pane e voleva tanto bene a Michele, che ogni sera, appena scurava, chiamava a gran voce per arricamparisi a casa: Michilooooo, M i c h i l o o o o o , Michilooooo…Mio zio Ino, era alto, siccu e scuru ed era chiamato Jair, come la guizzante ala della Grande Inter; anche lui era veloce e aveva un bel tiro, prometteva molto ma mio nonno Tanino, suo padre, non voleva che giocasse al pallone, come non aveva voluto che suo figlio Totuccio, asso nostrale del  ciclismo, corresse con la bicicletta. Mio nonno era un vecchio nostalgico  Fascista  dalle idee antiquate, un po’ dispotico e un po’ padre padrone, peccato per i miei zii!.

Io giocavo sempre al Chiano ed ero uno spirito libero, in estate mio padre mi portava in campagna quando  coglievano i limoni da don Giovanni Mezzatesta, carriavo i panara, era faticoso ma era una bella esperienza che ho vissuto ben volentieri, tra gente anziana, rispettosa, che parlava quando doveva dire qualche cosa e non per sprecare cìato. A volte restavo alla Macchina dell’acqua a prendere le prenotazioni di chi voleva pigliare l’acqua per abbivirare, parevo un cane da guardia, come i cani che stavano stinnicchiati al fresco davanti alla cabina dell’Enel. Quel pomeriggio i cani restarono soli e mio padre mi cercò, invano, tra Ferreri, Quattro Ciocchi e l’Autostrada. Alle tre e mezzo arrivò tra una negghia di fumo, da Bagheria l’autobus, era vacanti, solo l’autista e il bigliettaio; acchianammo e di corsa, allafannati, pigliammo posto tra i sedili vuoti, come se non ce ne fossero; u zù Totò fece i biglietti per tutti e cinque, noi, in pantaloncini corti, magliette sudate e scarpe da tennis sdrucite, con in tasca catinelle, figurine e qualchi cento lire per il gelato, prendemmo posto tutti spartuti e con la faccia verso il finestrino aperto a cercare di acchiappare un poco di frisco che cominciò ad arrivare dopo che passammo i Bagni Italia e
la Valloneria, dove s’intravedeva tra il canneto il campo di calcio dove la squadra dello zù Totò aveva fatto un torneo finito a schifiu.  Alla Stazione Centrale scendemmo e di corsa prendemmo il 21/31, Torrelunga-Acquasanta, che ci lasciò a Piazza Don Bosco, da lì a piedi arrivammo a Piedi di legno, Resuttana, il regno della Bacigalupo. Ci portarono in uno spogliatoio piccolo, col tetto di lanna, l’odore forte di spirito e canfora cummigghiava la puzza di quasette e piedi n’grasciati.
Ci cambiammo di corsa, felici, con la testa nel cielo azzurro, emozionati al solo entrare in quel campo famoso, con la cornice di Montepellegrino e lo Stadio della Favorita sullo sfondo. C’erano diversi allenatori, io conoscevo Enrico
Pellegrino per averlo visto a Bagheria; un giovane dal viso abbronzato, dai modi gentili, in pantaloncini neri e una
maglietta granata con la stella “Bacigalupo Football Club” ci venne incontro e si presentò, era Marcello
Dell’Utri, il factotum della Società, un vero gentleman, l’uomo che guidava il vivaio calcistico più importante di
Palermo, che oltre ad allenare, scoprire giovani calciatori, faceva il custode, l’operaio e segnava anche il campo.
Cominciarono i provini per età, con partitelle di mezz’ora: Giovanissimi, Allievi, Nagc tutti in campo tra folate di scirocco che alzava polvere e sabbia, tutti a correre con il cuore in gola, ad inseguire un pallone dal cuoio che puzzava di grasso, di sivo, pesante come un macigno, difficile da calciare per le nostre fragili caviglie e per i nostri esili polpacci, quando lo colpivamo di testa ci lasciava il segno rosso sulla fronte. Tra tutti spiccava un portiere alto alto e siccu siccu, si chiamava Nino Trapani, e diventerà il portiere del Palermo; Michele “piricuddu” sgusciava
come un’anguilla tra i terzini che miravano alle gambe, ma lui li saltava come birilli. Tra nuvole di provulazzo
usciva fuori con la palla al piede Michiluzzu La Bianca seminando tra finte e slalom chi tentava di marcarlo;
Franco Damiano correva sempre, anche senza palla, pareva Speedy Gonzales, non si fermava più, aveva inventato il presssing;  io che sognavo Omar Sivori anche di notte sparii in mezzo a quell’ immenso spazio e toccai pochi palloni tra l’indifferenza  di tutti; lo zio Ino proprio quel pomeriggio pareva davvero Jair, giocò molti palloni, tirò in porta, dribblò diverse volte il difensore che cercava di fermarlo tirandogli la maglietta, aveva stupito tutti, anche Marcello Dell’Utri e u zù  Totò Lo Cascio stava scoppiando per la soddisfazione che gli stavano dando quei ragazzi, davanti ad allenatori e osservatori  anche del Palermo Calcio che seguivano con attenzione i provini. Dell’Utri che arbitrava fischiò e finì la festa tra la gioia generale di tutti. Negli spogliatoi scoprimmo la doccia, minchia la doccia!!
Noi che ci lavavamo ancora nella bagnera di zinco!! Uscimmo da sotto la doccia per ultimi e ci asciugammo con l’alito
dello scirocco, mentre u zù Totò parlava con Dell’Utri che voleva rivedere ancora lo zio Ino e Michiluzzu. Alla fontanella vicino lo Stadio bevemmo come cammelli e stanchi morti prendemmo la via di casa. Sull’autobus che prendemmo alla Stazione, pieno di gente che tornava a Ficarazzi e Bagheria, c’erano tanti paesani: Fifì Macchiarella sempre elegante malgrado il caldo, Masetto La Piana che parlava della Juventus con Andrea Puglisi che era stato a Ballarò e Vincenzo Di Cristina, infermiere al Manicomio.

Arrivati, scendemmo tutti alla fermata davanti la putìa di donna Mimilla a Bellanca e Don Ciro incuriosito dal nostro gruppo, parevamo zingari, domandò dove eravamo stati, rispondemmo quasi in coro:-“Siamo stati a fare il provino
a Palermo..” A lato gli stava Pitrinu u Dutturi che ammaravigghiato, tistiando con la testa disse:-“Minchia…e per fare il provino del pomodoro e di milinciani siete andati a finire a Palermo, picchì qua vi mancava tirrenu…”-. E noi tutti in coro rispondemmo:-“Zù Pietro ma issi a fari in c…”-. Alcuni giorni dopo la Bacigalupo inviò a Ficarazzi diverse lettere di convocazione: Michele La Bianca continuò a giocare nella San Cataldo; Michele Morsicato diventò un punto
fermo del nascente Ficarazzi; Franco Damiano insieme a me continuò a giocare al Chiano e al Martinetto; lo zio Ino si
vide strappare la lettera dalla buonanima di mio nonno e gli passò la voglia di giocare a pallone; u zù Totò Lo Cascio fondò il Ficarazzi e restò a sognare come tutti i suoi ragazzi il calcio, quello vero, sull’erba verde della falsa e cortese Torino..  S. Cari amici e lettori, badate che mischio la verità con la fantasia, alcuni personaggi sono stati, da me, inseriti con forza nella storia del “Provino” quindi non venite a rompermi i cabbasisi dicendomi che ho sbagliato…

Giuseppe Morreale

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