Il racconto di Giuseppe Morreale vincitore del Premio Palumbo

Dal 1953 la parola Ficarazzi ha preso per me un suono sempre più antico. In questo paese vagabondano come fantasmi le ventunmilacentosettanta giornate della mia vita dalla mia nascita ai giorni d’oggi. Le mie emozioni, le mie esperienze sono sparpagliate ovunque, le orme del mio piede segnano come anelli di una catena marciapiedi, strade, vanelle, curtigghi, piazze, trazzere, spiagge e balate ormai scomparse, corrono da tutte le parti e tornano i ricordi che scorrono come in un film.

Scrivo su Ficarazzi, continuo a raccontare Ficarazzi, una Ficarazzi antica che è morta, ma io la rievoco in questo racconto che ci riporta indietro nel tempo. Era un’estate come tante altre estati di Ficarazzi. Il silenzio nelle vanelle era rotto dalle abbanniatine dei venditori ambulanti: “ù rè ri pisci, ù fanfaro”, “sardi e capuna”, “megghiu ra carni u pipi”, “che nivùru, chi salsa ruci ri pumaruaru”.

Al Chiano le maidde erano piene d’astratto di pomodoro, accarezzate da mani ossute di donne in nero, col fazzoletto in testa a ripararisi da quel sole che picchia forte per quasi 300 giorni l’anno, tanto da fari addivintari scimuniti. N’capu a funtana l’acqua nisceva fora dalla vasca e scinneva lenta lenta per la Scinnutella.

Quei trecento passi, dalla Chiesa al Municipio era un teatro all’aperto: Carru faceva ù pinnicuneddu o latu ù banchiteddu ri ficurindia scuzzulati, davanti la chianca appizzata a un gancio una testa di vitello cù sangu chi sculava, dentro a putìa ci stava u zù Ludovico, silenzioso e assorto, Saruzzu e Giovanni erano al macello a scannare.

All’angolo di Via Roma, vicino al chiosco del polipo di Gino, Cicco “ossiossi” al fresco aspettava l’autobus da Palermo che portava “L’Ora”, don Pietro, mani ai fianchi, col suo piglio militaresco lo taliava davanti la Privativa, poco dopo Cicco abbanniava “L’Ora, u Papa minchiorò!”. Nel salone di Turiddu, Peppuccio stava facendo la saponata o zù Ninu, con mezzo punzello in bocca, Giovanni rideva mentre allisciava il collo allo zio Agostino che col sigaro impestava l’aria, Andrea Puglisi cugghìuniava con Don Bartolo e Ignazio Spanò davanti la porta.

Seduto su una sedia di paglia, al fresco della Chiesa, padre Vitellaro si sciuscìava col moscaloro, i suoi occhi vivi e smaliziati si posavano sul Corso assolato e deserto, su Pasquale che non si fermava mai, tutto il marciapiede era smanciato. Nilluzzu a “mamma” alla cantoniera della via Celsi, davanti alla Taverna di Nino Monti, si lamentava col Pataturco, che la notte per sbriacarsi cantava come Caruso e con quel trombone di voce che aveva non faceva dormire a nessuno.

Dopo una matinata passata a non fare niente decidemmo di scinniri a Bagheria e iri a manciari dal Conte Oliveri. La trattoria era di fronte alle scole granni, vicino allo Stadio, una stratuzza che portava giù alla futura Caravella. Ancora alberi di limoni verdi coloravano quella zona già assaltata dal cemento. Sullo fondo la cupola della Basilica di Santa Flavia, sulla sinistra il Monte di Solunto, con le rovine ammucciate. La trattoria era nica e il ciavuru delle pietanze la riempiva tutta: ova ciurusu, sarde salate, olive nere, l’antipasto; maccarruncino con le sarde e la mollica atturrata come primo; polpettine di neonata fritta, sarde e calamari fritti come secondo, il menù era per tutti lo stesso, solo qualche spaghetto con l’aglio e l’olio e sasizza arrostita faceva l’eccezione.

Tutti i tavoli erano chini, Nino correva tra la cucina e i tavoli, la gente chiamava: “Ninu porta un litro di vino rosso, talè porta u pani e l’aceto pi l’insalata, viri si ci sunnu quattru calamaricchi…”. Le tovaglie rosse a quadratini pigliavano l’occhio, la porta era aperta, dalla strada traseva un bellu friscu ca acchianava ri l’Aspra. Stavo seduto all’angolo con Nicola Saverino, Franco il ragioniere e Cicciu u “Chiacchia”.

L’amore per la tavola e per il Palermo ci univa e ci faceva girare mezza Sicilia con annesse stadi e trattorie. Nicola era posapiano, gli piaceva parlare di politica, era socialista, Franco era veloce a mangiare come quando correva, Ciccio polemicoso, aveva sempre da ridire, “…ma chistu bonu è? A mia non mi piace il colore…”, e io che smaniavo e non stavo fermo “…ma mancia, chi va pinsannu”.

Accanto a noi stavano sedute tre persone sessantine, tutte seriose, in giacca e cravatta, mangiavano e parravanu, parravanu e mangiavanu chiossà di nuatri. – ”Nicò, talìa a stu cristianu, mi pari canuscenti…”. -”Tu parri e Francu si sta manciannu tutti i calamara!”. Continuavo a fissare quelle persone, poi uno dei tre con la mano mi fece segno di avvicinarmi. Mi avvicinai e dopo un attimo di esitazione:-”… ora ci sugnu, ecco chi è lei, per questo mi pareva una faccia conoscente, lei è Leonardo Sciascia, lo scrittore, Nicò talè il signor Sciascia!”. Unimmo i due tavoli e facemmo le presentazioni:- “io, Nicola, Franco e Ciccio, loro: Sciascia, Michele Pantaleone e un baharioto, un certo Giacomo Giardina, dice che faceva il poeta – pecoraio, e che ebbe col “futurismo” un momento di gloria.

Chi tavulata, tra pisci fritti e vinu friscu e sigarette chi svampavanu, una lenta e una pigghia annighiammù tutta la stanza. Io già avevo letto Sciascia e il suo “Giorno della Civetta” lo sapevo quasi tutto a memoria e così pure a “Ciascuno il suo” e tra triglie al petrosino e sgombri fatti con pomodoro e cipolla parlammo di vari argomenti. “Caro Pinuzzu io vengo spesso a Bagheria, qui mi piace tutto, la gente, le ville, le trattorie, qui mi sento al centro della Sicilia e la Sicilia è al centro del mondo! Qui mi sento come quando sono alla Noce, a Racalmuto”.

Nicola gustava da uno spillongo dei polipetti maiolini murati, mentre io mi perdevo dietro a Sciascia. “Professore mi racconta quando sceneggiò il film “Bronte cronaca di un massacro”. “Mizzica, Pinuzzu ti ricordi di questo film? Fu girato nel 1972 e suscitò tante polemiche, al punto che lo ficìru spiriri. Il regista era Florestano Vancini e subì una specie di ostracismo e io ebbi una garbata polemica con l’allora preside di Lettere dell’Università di Catania, lo storico Giuseppe Giarrizzo, sul modo di trattare gli avvenimenti storici. Lì si tratto di un massacro che Nino Bixio operò senza rendersi conto, ammazzò un povero cristo, lo scemo del paese che aveva scambiato la rivolta per un gioco”. Michele Pantaleone, comunista di ferro, finito di ammuccarisi quattru sarde a beccafico, attaccò a parrari con Franco di “Mafia e Politica”, il suo primo libro che ebbe l’onore della prefazione di Primo Levi.

Un piatto di trigghiulella dorata fece calare il silenzio. Poi Sciascia riprese a parrari con la sua voce bassa, rauca e carica di sicilianismo:-”Caro Pinuzzu vuoi sapere quale è lo scrittore che più mi nagghiò l’animo? Tolstoj! E a ttià cu ti picgghiò chiossà?” “Professò, a parte i suoi libri, mi ha pigghiato assai “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa”. “Interessante, pure a mia mi piaciu, ma ti devo fare conoscere un grande scrittore che qui conoscono ancora poco, è Stefano Vilardo, è di Delia, vicino Caltanissetta e ha scritto “I primi fuochi” e “Tutti dicono Germania Germania”, è siciliano come a mia, comu a tia, comu a nuatri! Noi siamo gli italiani esagerati! Che caratteri, paremu l’Etna, scoppia, s’astuta, s’arruspigghia, fa scantari, piaci, fa chianciri, tutti lo talianu, tutti ci vonnu iri!”.

Nino il cameriere portò una bottiglia di vino bianco, sudato, gocciolava, era Corvo bianco di Salaparuta, prima goccia. Giardina e Ciccio che parlavano poco e manciavan assai armaru un brindisi al nostro incontro. “Professò ma della politica cosa mi dice, ah…”. “Vedi Pinuzzu, la politica è come un macigno che pesa, tanto, sulla coscienza dei nostri governanti, oggi lo stato italiano non esiste. Per me lo Stato coincide con la Costituzione e la Costituzione in questi ultimi tempi si va spappolando. Nel Parlamento ci sono trecento anime morte, stanno lì a fare numero, non chiedono parola, non hanno mai un pensiero proprio. Il potere, bisogna ammetterlo, non è nel Parlamento della Repubblica, ma altrove.

E stanno tutti come il cane attaccato al portello”, a taliri cu passa. Che giornata, che mangiata e che personaggi! Sciascia che con poche parole ti illumina sula Chiesa, sulla mafia, sui secoli di storia sicula e italiana e sempre che svampa e continua a parrari: “Pirandello, prima lo detestavo, quasi rinnegando l’ingiusta e ossessiva autorità, poi ci sono tornato, con serenità, con grande amore.

Poi ho un grande desiderio e ci sto lavorando sopra, è l’enigma rappresentato dal destino di Telesio Interlandi, un altro siculo di gran talento, una delle penne più maledette del fascismo che dirigeva “La difesa della razza” ed’insieme al mistero di Raymond Russel e alla scomparsa di Ettore Majorana sono tra le contraddizioni più drammatiche dei segreti siciliani”. Una guantera di cannoli freschi, poi una cassatina e torna il silenzio in quel tavolo disordinato, tra bottiglie vacanti, muzzicuna di pani, colletti di camicie allargati, cravatte allentate, una nuvola di fumo, gli altri tavoli vuoti. Nino che ci taliava e tistiava, si erano fatte le cinque. “Sai mi piace Fellini e a tè?”, -”A dire la verità qui sono un po’ banale, mi piace Sergio Leone, ma se andiamo sull’impegnato Francesco Rosi, sa, ha fatto “Salvatore Giuliano”, “mizzica, e pi picca ti lassi iri! Sergio Leone è stato un genio, perchè ha portato l’America a Roma e il suo “Giù la testa”, “C’era una volta il West”, “C’era una volta l’America” sono dei veri capolavori e dicono assai di più delle sparatorie che ci sono. Rosi, Rosi è “Salvatore Giuliano”, solo lui poteva fare quel film e in quel periodo, non dimentichiamo che era il 1961 e mi criticavano perchè avevo scritto del capitano Bellodi nel “Giorno della Civetta” come di un paladino che voleva sconfiggere il drago a tre teste.

Ma oggi sono stanco, vedi, scappo con Michele, con Consolo, Bufalino, vengo a trovare qui a Bagheria a Ignazio, a Renato, quando non è a Roma, poi mi vado ad ammucciare alla Noce, tra vento e fichidindia, tra alberi alti e belli a viririsi, ma inutili e rifletto molto quando non mi stanco di scrivere.

Ho girato tanto, ma amo tanto Parigi, dove sono più stimato e apprezzato di qua! E qui la linea della Palma porta sempre al Nord. Siamo fatalisti, come gli arabi, siamo pessimisti di natura, è il nostro modo di essere siciliani e non aveva torto il tuo “Gattopardo”, quando diceva che la Sicilia è irredimibile, perchè anche per me è irredimibile!”.

Ci portano l’amaro, Averna, siculo pure lui, le sedie sono già alzate sui tavoli, Nino sta scopando la sala, in cucina Alfredo è andato via da un bel pò, il nostro tavolo continua a parlare, tra fumo e sonnolenza, qualcuno ha gli occhi a pampinella, il Corvo ha beccato! “Cari picciotti i siciliani , tra loro, sono diversi. Sapete, nel “Consiglio d’Egitto, il Vicerè fa una domanda: …come si fa ad essere siciliani? Come si fa a sopportarlo? Come si fa a vivere essendo siciliani? Rispondi se ci riesci! Talè amuninni, si fici scuru, cà devono chiuiri e poi abbiamo veramente chiacchierato assai. Mi ha fatto piacere incontrarvi, poi c’è don Nicolino che fuma più di me, Franco va d’accordo con Michele, sono tutti e due falce e martello della stessa pasta, mentre Ciccio si capisce con Giacomino, parrano picca, si lamentano e mancianu… mizzica quantu mancianu! Picciotti arrivederci e grazie di tutto…”.

Fuori un vento quarusu di scirocco portava il ciavuru della zagara, era tempo di arruspigghiata e all’arbulu verdelli e bastarduna pativano la lassata in siccu. Una nuvola di fumo lo accompagnò all’angolo e poi sparì insieme ai suoi amici! Noi pigliammo la strada dell’aceto, passiannu passiannu arrivammo a Villa Palagonia, la villa dei mostri, dicevano che le fimmini incinte passavano alla larga da Villa Palagonia picchì si taliavanu i pupi avevano paura di accattari mostri. Quannu ero picciriddu accompagnavo sempre mio padre quannu scendeva a Bagheria.

Ci fermavamo sotto alla punta Guglia, vicino Villa Cattolica, dove c’era quello che ammulava i zappuna, o latu quello che m’- paiava i carretti, Paluzzu Aiello ù siddunaru preparava i suttapanza, i pitturali, le testiere, i masciddara, i fusi. Ricordo che mio padre dopo che sistemava ù carretto carricava favi e canigghia, accattava scala e panara, cunzava u zappuni, oliava i fusi e io taliavo Villa Cattolica, bella granni, antica.

Accanto, maestoso, il pastificio Cuffaro, granni movimento di carretti di camion, genti n’farinata. Un rumore fragoroso, come una scarica di balatuna mi faceva saltare n’tall’aria, era la fabbrica della quacina dei Notaro. Tanti operai in canottiera con la faccia inbiancata, pure lì carretti, lapi, che carricavano quacina a pezzi. Un pruvulazzu bianco s’alzava alto nel cielo azzulatu e spariva verso la montagna d’Aspra e i Casi di Parisi.

Il cancello di Villa Cattolica era sempre chiuso, la Villa pareva abbandonata, solo vicino alla Chiesetta che dava sulla 113 ci stava una vicchiaredda, tutta vistuta di nivuru, assittata persa nei suoi pinseri. Ritornando verso Ficarazzi taliavo sempre la Villa senza mai entrarci, solo dopo 40 anni, in un pomeriggio nivuru e friddusu di principio Dicembre, nella scurata, arrivai sotto il pastificio abbandonato, chiuso, posteggiai e mi taliai a Villa tutta illuminata, il cancello era aperto, entrai.

C’era una mostra del grande pittore bagherese Renato Guttuso, dal titolo “Dal fronte nuovo all’autobiografia 1946/1966”. Finalmente un’occasione per visitare Villa Cattolica e ammirare i capolavori di Guttuso. Il primo impatto fu con la sua tomba, una urna di marmo dove riposa il Maestro, che sta a guardare il mare di Aspra, Palermo con il Montepellegrino eterno e tutto in torno il verde che rimane della Conca d’Oro, tanta amata, ma oggi piena di gramigna, di sangisughe, campagne abbandonate, mangiate dal malesicco e dal cemento.

Giro per le immense stanze e i primi quadri che mi colpiscono sono i ritratti della moglie Mimise, col collo scoperto, poi nature morte, bottiglie e barattoli e il ritratto di un suo amico, Turcato, con un gatto dal nome curioso, Molotov, un russo rivoluzionario. Paesaggi, il Massimo, il merlo, finestre, bosco, s’alternano con quadri e bozzetti dalle forme e i colori vivi, violenti, come “Massacro d’agnelli”. In un salone dagli alti soffitti ecco le donne, il suo amore, la sua perdizione: “Donne che lavorano l’astratto”, “La cucitrice”, “Donna che trebbia”, “Nonnina al telaio”. Comincio a subire il fascino di quei saloni così piene di segnali di vita, di morte, d’arte: “Ricci di mare”, “La pesca del pescespada”, “Pescatori a riposo”, “Uscita per la pesca”, il mare altro tema a lui caro. Un quadro immenso: “Occupazione delle terre incolte in Sicilia 1949/50” e qui mi blocco. Osservo, penso: bandiere rosse, carretti, donne picciriddi, coppole, facce scure, tristi. Entra Ignazio Buttitta: “…mancianu picca e pagano li tassi, sti puvireddi di lu me paisi. Cu centu pezzi supra li cammisi. E agghimmati comu li cumpassi”. Guttuso nei suoi quadri parla della sua terra, la sua infanzia, la sua gente, i contadini, il padre agrimensore, i giardini di limoni, i fichidindia.

Facce con segni di sofferenza, facce che non tornano più, con il pianto delle madri e delle spose nelle orecchie. I carrettieri su trazzere sconnesse, le loro nenie sotto il sole, cantilene piene di pathos, lamenti. I contadini in rivolta, che bruciavano i casotti del dazio nel 1919, col cielo illuminato dal bagliore delle fiamme, la prima volta che una bandiera rossa sventolava a Bagheria. Altre sale, altri quadri: “Vie di paese” (Aspra, barche, facciate delle case colorate), “Gallo all’alba”, “Via Krupp a Capri”, “Tivoli”, “L’isola di Ortigia”. “Risaia, le mondine” un quadro che fotografa il bel film di Giuseppe De Santis “Riso amaro” con Vittorio Gassmann e Raf Vallone, con la donna svenuta, stanca, stremata, soccorsa dalle altre mondine, dal corpo sinuoso, sembra Silvana Mangano.

“Le donne dei minatori”, ancora drammi e sofferenze, come “L’eroe proletario” e “Portella della Ginestra” hanno un filo che li lega: cavalli imbizzarriti, carretti spaiati,gente che scappa, sangue, bimbi in braccio a padri disperati, è la prima strage di mafia! “La zolfara”, l’antro dell’inferno, nudi con un pannizzo a coprire le vriogne, chi martella, chi scava, sudati, scheletriti, nivuri, bambini già granni, manca l’aria, il giallo t’acceca, segue “La testa di zolfataro”.

“La battaglia di Ponte Ammiraglio” mi rapisce: il mare azzurro chiaro e calmo, il rosso vivo del sangue che esce dalle ferite dei combattenti, Garibaldi sul cavallo nero con la spada sguainata,la battaglia dura e cruenta, Palermo sullo sfondo, l’erba tinta di rosso, i soldati borbonici che tentano di ostacolare l’entrata dei garibaldini sul ponte, dopo la discesa di Gibilrossa. Qui riconosco i volti di Paietta, di Longo, di Vittorio Vidali, di Antonello Trombadori che prestano le loro facce ai garibaldini combattenti, ed Elio Vittorini dalla parte del nemico, coi borbonici.

Dalla guerra al sesso: “La spiaggia”, sarà Aspra, il Sarello, donne distese sulla sabbia, eccitanti, vere, vive, donne dai seni pieni, dalle curve marcate, dalle cosce sode, quasi nude, ammirate da picciotti magri, scuri, dal ciffo ribelle. “Donna nuda nello studio”, sdivacata a terra, dormiente, a cosce larghe, volgare. “Nudo di donna”, grassa, sfatta, dai seni flaccidi, dal ventre prominente, cosce possenti, senza testa. “Ragazza che fuma col bicchiere in mano”, la solitudine annegata nell’alcool, poi altro nudo di donna, di spalle, coricata, dai fianchi larghi, col sedere rotondo. Mi fa sognare con il ritratto della “Piccola stiratrice”, accaldata, sudata, nuda, nell’intimità della sua stanza che stira, anche qui un bel seno, in un corpo pieno voluttuoso, come in “Ragazza bionda nuda seduta su una poltrona”, sembra vera, la pelle rosea, i seni ritti, le gambe accavallate, veramente eccitante.

“Boogie Woogie”, una serigrafia che fece bella mostra al Bar Aurora ragazzi e ragazze scatenati in un ballo moderno. “I funerali di Togliatti”, colori accesi, forti, e i volti dei tanti amici e non: Mario Alicata, Corrado Cagli, Anna Magnani, Lenin, Picasso, Manzù, Freud. “La piana di Bagheria” con la crozza del morto, un limone tagliato, la buccia poco verde, alberi secchi, tutto grigio, Bagheria che muore, come muoiono le campagne, i suoi agrumeti. “La nuvola rossa” che testimonia la sua fede al comunismo, il quadro dedicato a suo padre, Gioacchino, agrimensore, “Ragazzi in vespa”, il nuovo che avanza, l’omaggio a Ducato, il pittore dei carretti e suo maestro ne “Il pittore dei carretti”, nostalgico verso la nobiltà bagherese decaduta, “Villa Valguarnera che guarda su due golfi” e il “Portone murato di Villa Palagonia”, un segnale dell’abbandono delle istituzioni verso il patrimonio artistico. Continuo instancabile tra corridoi semideserti: “Il trionfo della guerra”, “La battaglia di Algeri”, “Rocco e figlio”, “La zattera della medusa”.

Ed ecco il dipinto che colpisce tutti e racconta molto: “Io lo vì!” (Io l’ho visto). Aveva forse 5 o 6 anni il piccolo Renato, quando una sera d’autunno aspettava il rientro del padre sul balcone. Dalla cantoniera di fronte partirono due colpi di fucile che spardarono il buio. Vide le vampe uscire dalle canne, nello stesso istante vide un uomo truppicare, scuotersi e poi cadere.

Non era raro allora sentiri due colpi sparati nella scurata, ma al piccolo Renato restarono quelle immagini per sempre impresse nella sua mente. Sono arrivato alla fine del giro, fuori c’è una edicola in ferro battuto, rappresenta un uomo che legge il giornale, è lui, è Renato Guttuso, un bagherese che amava definirsi “baharioto”.

Dal suo tempo ad ora poche cose sono cambiate, ma la gente a poco a poco, forse, è cambiata. E si bagnano di lacrime gli occhi. Amo la mia terra, la amo con l’odore della zagara e del gelsomino, con il sole che vorrei acchiappare e richiuderlo in un cappello. Case cotte dal sole, fichi d’india rosse come il fuoco. La amo con la sua afa che ti stanca, con l’aria stonata della sua gente, il ronzio delle mosche, il canto mortale delle cicale, con le porte aperte, mille corridoi, mille strade, mille trazzere dietro a un filo che ci conduce alle nostre radici come tanti “Ulissidi”, con il fiume tutto pietre, con qualche rivolo che corre tra le canne secche, spinte da quelle verdi. Quando mi chiedono “come ti immagini il Paradiso?”, risponderei: “io vivo già in Paradiso!”.

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