Il “tocco” alla taverna paradiso

Le grida dell’abbanniaturi si mischiavano alle grida delle madri, nelle stradine piccole e strette. Frivaru curtu e amaru, pioveva da giorni. La genti nun travagghiava, alla cantoniera, sotto i balconi, davanti ai bar, davanti alla farmacia, cercavano d’ammazzare la giornata. Nei circoli giocavano a carte, nei saloni, tra barbe e qualche taglio, all’Umberto si chiacchierava del Palermo, di Anzolin, di Kennedy e Krusciov, di limoni e pititto. Alla “Taverna Paradiso” il tempo fuggiva senza alcun rumore, nemmeno quello del ticchettare di un orologio. I sogni erano fragili, leggeri, duravano lo spazio di una bevuta, di un tocco. Il tocco, si, sfida, gioco perverso e cattivo, voglia di vincere, rabbia nel perdere. Gioco complesso ed anche sofisticato. Alla scurata la Taverna si riempiva, all’interno la luce era grigia e sonnolenta, le pareti bianche contrastavano con lo scuro delle botti, grandi che sembravano giganti quando gli occhi vagavano senza meta, le gesta erano molli, la testa calava come se approvava chissachè. Per terra, quando pioveva, segatura, trucioli di Mastro Nenè, il bancone di marmo chiaro, sempre umido lucido, l’odore dolce di Marsala e zibibbo, faceva guerra con il cianuro amaro di cacocciole bollite. Si perchè alla Taverna del Paradiso, tra tocchi e bevute si faceva schiticchio.

C’è chi portava uova ciurusi, qualche cadduozzu di sasizza, in umido, dove s’abbagnavano i pistuluni di don Gino, si tastuniava pane e tumazzu, con poco si sucavano la vita, erano arricriati. Tra un “Patroni r’uscita” e un “Sotto” c’è chi beveva troppo e chi mancu tastava. Dal portone di legno antico entrava la friscanzata, u zu Nino nel piccolo lavandino lavava bicchieri, quelli classici di taverna, scanalato in fondo, allargato all’imboccatura. Quando scampava il portone stava abbutatu, u zu Binirittu, possente e rusciano si ci arrossava. Fuori truniava, dentro u fumolizzo bruciava gli occhi, l’odore della pipa di zu Vincenzo stagnava nell’aria. Tutti maschi, tutti granni, gambe incrociate, sedie rovesciate all’indietro, coppole nere in testa, barbe incolte, pelle scura, mille rughe solcavano visi tirati, dalle guance scavate, solo quella del Pataturco, rosea e rotonda spiccava in quell’antro rumorosa, le sue cantate mettevano allegria e dalle risate che nascevano a qualcuno c’era il rischio che ci veniva a guallara. La comarca era allegra, quando era allietata da qualche gnuri che scendeva da Palermo o da qualche sacconaro dalla arrabbiatina facile.

E tra un rosso e una gazzosa qualcuno attaccava tirilla appena lo lasciavano asciutto. Cominciavano le sconciche, qualche principio di sciarra, magari a parole, si appattavano e qualcuno si appagnava. Nilluzzu “a mamma” fissava il suo bicchiere mezzo vuoto, sembrava triste, forse era brillo.

U zu Agostino svampava il suo sigaro sotto il cartello “Qui il tocco è proibito”! C’era u via vai dal retrè, erano di rini lenti. Tatò sparrava a Mimì per una questione di broccoli e cimandava stime, seduto su una pila di casse di birra Messina, buona questa bionda, se la calavano che pareva acqua e zammò. Accaldato u zu Ninu dietro il bancone sbadigliava. C’era freddo e zu Fulippo s’arrunchiava nell’agnone mentre u zu Mattio s’appinnicava sognando un bello piatto di paste chi tinnirume, ma non era tempo. Era tempo di tocco, o vino o birra, attorno a quella ruota si sviluppavano infamità, prepotenze, alleanze, comparati, vinceva chi ha più pelo nello stomaco.

     

U zu Turiddu era grevio, aveva u cannarozzo siccu, e Paolino che aveva una bibita “riservata” gliela passò perchè lui era già chinu. Ne nasciu un catamiu tra u palermitanu e Andrea, quello del ferrovecchio, che pizzuliava sempre calia e semenza e tramava tragedie come una virrina.

Rosario l’asparoto aveva portato le sarde salate, spireru non balluni. Altro che globalizzazione, quello era un mondo colorito che affratellava tutti nell’oblio del vino. Ninu u siccu in un vidiri e svidiri si calò un quarto di rosso e suo compare Tanu u Bariotu ammuccava cu l’uocchi a pampinella. Giovanni u Russu si susiu: “Chisto è un bordello, è un cortiglio, io arristai accucchiatu e sconzo a tavola”! – “Ma chi cabbasisi rici, assettati e statti buono ca ora vivi” -. Gli rispunniu u zu Binirittu, che aveva sbaracchiate u purtuni.

Si era fatto tardi e dovevano levare le tende. Erano tutti assammarati di vino, arruttavanu, pigliavano bicarbonato, ci stava sbummicando l’acidità. Uscirono alla spicciolata, u zu Vincenzo appoiato a Fofò, l’ultimo brindisi fù alla salute della bonarma ru zu Carru. Chianu, chianu, senza scruscio e batteria, pigliarono a strada dell’aceto. I più simpatici e forse i più carichi, erano u zu Pippinu e u zu Battista, uscirono che s’annacavano, variavano come la barca cu marusu, facevano quattro passi e si fermavano, riprendevano e truppicavano. In piazza salutarono u Pataturco, che avva a babbiatella e cantava: Giovinezza, giovinezza…Tripoli bel suol…”. Memore della sua appartenenza alla milizia fascista.

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In lontananza videro a Nilluzzo “a mamma” che camminava come se sul marciapiede ci fosse il mondo vacante e oscillava. Arrivarono, grazie a Dio, tutti a casa, chi non vedeva la scaffa, chi non trovava lo scoppo, chi si fermò ai piedi della scala, chi s’ingrasciò ri fangu, cu tuppuliava e nessuno ci rispondeva. Vagnati, vivuti, ma contenti, s’abbandonarono nelle braccia di Morfeo. In ogni paese c’è una taverna, a Ficarazzi c’è pure, è all’angolo della cantoniera…

articolo di Giuseppe Morreale

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