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La mercificazione del dolore e la paura del silenzio

Un attimo dopo il ritrovamento del corpo di Sara, al passaggio del feretro: applausi.
La D ’Urso su Pomeriggio 5 dice: “l’ha uccisa, ma addirittura l’ha stuprata, è assurdo. Il pubblico applaude. La madre esce dall’obitorio: applausi
Posso capire gli applausi rivolti alla salma di un agente morto nell’esercizio del suo dovere, o l’applauso rivolto alla salma di un uomo dello spettacolo; posso anche capire – come è successo tante volte – l’applauso nei confronti della salma di un mafioso, ma mi chiedo: cosa significano tutti questi applausi rivolti alle salme di bambini innocenti seviziati, stuprati e uccisi. Cos’ è questa forma di spettacolarizzazione del dolore, il circo mediatico che si è acceso di fronte alla morte di Sarah Scazzi? Intere trasmissioni dedicate all’episodio con la presenza dei parenti interessati alla tragedia, semplicemente perché lo spettacolo deve andare avanti.
Siamo arrivati all’ imbarbarimento assoluto, il pudore ha dovuto abdicare sotto l’incalzare dei media, che più che cercare la verità tendono ad accaparrarsi più spettatori possibili con la becera seduzione del male, minuziosamente selezionato e dato in pasto alla morbosità di spettatori in cerca di emozioni forti. Senza parlare della dovizia con cui vengono resi noti elementi e particolari agghiaccianti che nulla aggiungono all’accertamento della verità. E’ nota l’attrazione che molti abbiamo nei confronti dei film horror e dei film catastrofici con cui esorcizziamo le paure che salgono dal nostro inconscio o che provengono dalla natura. Un po’ quello che avveniva nell’antichità attraverso le tragedie greche. Ma adesso non c’è più di mezzo la finzione, ma la realtà; non ci sono più attori ma figli, genitori, parenti, amici. Vengono a mancare il silenzio, la macerazione, il raccoglimento, la rassegnazione, l’elaborazione del lutto e la rimozione, caratteristiche che aiutano una famiglia e una comunità a superare la perdita e ricominciare una nuova vita. I tempi della tv hanno deciso di saltare tutti questi passaggi e i familiari delle vittime, compiacenti o vittime dell’insistenza dei media e magari pagati anche lautamente si prestano al loro gioco. D’altra parte è quello che vuole la gente, e le tv non possono che offrire quello che ad esse viene richiesto: emozioni forti che passano dalla cronaca nera ai pettegolezzi poco edificanti sui personaggi famosi, alla mercificazione dei sentimenti e degli affetti, alla teatralità del pianto, fino alla spettacolarizzazione delle catastrofi naturali. I segnali indicano che la soglia non sia stata superata e che con l’avvento di facebook, di Yu tube e altre forme di comunicazioni non ci sarà più spazio per la privacy e per il pudore. Nella società del rumore, del chiasso e delle risse in tv, il silenzio sembra assordante e fuori luogo, qualcosa da cui sfuggire, perché riteniamo che per esistere bisogna avere l’approvazione e la certificazione degli altri.

Vorrei chiudere questa riflessione con una frase addebitata a Roberto Benigni
“Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”.

Giuseppe Compagno

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