Natale e il senso della nascita

L’approssimarsi della festività del Natale mi porta a riflettere sul senso e il significato della nascita.
Sappiamo benissimo che sulla vita ( e relativo significato ) ci sono due correnti di pensiero: uno laicista e l’altro religioso. Per l’ateo l’origine della vita è riconducibile al bing bang e cioè all’esplosione primordiale, alle prime forme primitive e alla loro evoluzione che nei millenni ci ha portati verso l’homo sapiens. Questa ipotesi – suffragata dalla scienza ma messa in discussione dai creazionisti – ormai è diventata anche patrimonio comune della chiesa e dei cristiani. Piuttosto le diverse posizioni configgono sul significato da dare ad Essa. Sicuramente il proposito di clonare gli esseri umani ( possibilmente una top model o un attore bello e famoso ) o le ultime pseudo scoperte secondo la quale nasciamo buoni o cattivi a causa di una particolare molecola situata nel nostro cervello e il conseguente tentativo di negare a priori la possibilità di un intervento di un’Entità altra che avrebbe potuto dare inizio a questo processo evolutivo ci sta allontanando dall’idea che ci sia altro rispetto all’affannosa rincorsa della vita e dai suoi bisogni primari tipici della sopravvivenza. Cos’è il desiderio di voler abbandonare il ruolo di pro – creatori per assumerci il grave compito di creare la vita stessa? Alcuni scienziati, dopo alcune ricerche sono arrivati alla conclusione che anche alcune specie di animali sono intelligenti, nel senso che possono fare anche calcoli matematici o risolvere un problema attraverso un ragionamento: la scoperta non mi meraviglia affatto. In definitiva non è tanto l’intelligenza che distingue l’uomo dagli animali ma la psico-esistenzialità e cioè la capacità di porsi domande sull’esistenza e cercare, in mezzo al buio, una luce che plachi la sete di significato, anche se le risposte non potranno mai svelarci le ragioni delle nostre inquietudini.

       

Paradossalmente è proprio l’inquietudine che dà scopo all’esistenza, è proprio l’inquietudine che pone continue domande e ci indica che ci sono ancora sentieri da percorrere e mete da raggiungere, anche se il vero obbiettivo della nostra ricerca rimane dentro la parte più intima di noi stessi, quella che genericamente chiamiamo anima. A certe domande non possono rispondere ne i sapienti e ne tanto meno gli scienziati.
A questo punto ci viene incontro la religione, o per meglio dire il senso religioso dell’uomo che va oltre, che supera qualsiasi orizzonte terreno: chi sono? che significato dare a questa vita? Dal punto di vista umano, ma soprattutto in questo periodo storico, la nascita di una nuova vita ha senso se ci sono i presupposti per poterla accogliere in una casa “ovattata”, proteggerla dalle insidie delle malattie e da quelle della società. Un ragionamento che non fa una piega, ma mi chiedo: chi può essere garante assoluto di queste aspettative? Nessuno.

       

Ogni vita ha in se un “germe” unico e irripetibile, delle qualità che nessuna clonazione può riprodurre, una storia che nessun oracolo potrà prevedere e un futuro che Dio stesso (secondo il libero arbitrio) non potrà determinare.
A tal proposito mi viene in mente una strofa del libro ” Il profeta “, scritta dal poeta libanese Kahlil Gibran che parlando dei figli scrive: ” Potete dar loro l’amore ma non i vostri pensieri: Essi hanno i loro pensieri. Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime: Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: la vita procede e non s’attarda sul passato. ”
Ogni vita, e per me la vita nasce nell’atto del concepimento, deve essere accolta per il suo valore intrinseco e non per quello che potrà essere. Certamente se uno pensa ai tanti bambini che muoiono di fame o sono vittime della guerra e delle malattie o alle persone che vivono in perenne stato di sofferenza, si chiede che senso ha per questi esseri venire al mondo. Penso che certe sofferenze non facevano parte del progetto originario di Dio e che le stesse non ci aiutano ad avvicinarci a Lui, semmai rappresentano la sconfitta di Dio stesso che ha osato scommettere sulla bontà delle sue creature. Le nostre sofferenze e quelle degli altri avrebbero senso se agissero sulla nostra coscienza e ci rendessero più sensibili: ma purtroppo la spettacolarizzazione e la banalizzazione della morte stessa ha prodotto la desertificazione emotiva e la relativa scomparsa del concetto di empatia. Tante domande rimarrebbero insolute se affrontate solo con la razionalità. A certe domande è difficile dare una risposta, solo la fede può alleviare il dramma dei tanti perché, anche se non sarà in grado di dare risposte definitive. La vera speranza, oggi – in mezzo a tante luminarie e frenetiche corse agli acquisti – ci viene da questo bambino (Gesù), nato in una capanna, e dai suoi genitori che invece di fare progetti sul suo futuro si preoccuparono di svolgere a pieno il loro compito di genitori e cioè quello di accoglierlo, proteggerlo, far nascere l’uomo da un fagottino di carne e indicargli orizzonti ben più alti della sola sopravvivenza o della semplice cittadinanza.

Giuseppe Compagno 16 dicembre 2011

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