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Pane e Panelle

C’era una volta Ficarazzi, paese di terra che si strica col mare, vicino, troppo vicino a Palermo, tanto vicino che un bel giorno Palermo se lo mangiò. Ficarazzi, paese impastato di cultura contadina, dalle tradizioni antiche e sane, oggi quasi scomparse. Dal tempo della mia infanzia, oggi, molte cose sono naturalmente cambiate, in meglio o in peggio non mi riguarda, ma rischiano di perdersi, di scomparire anche all’interno di quella memoria ho sempre tentato di ricordare con i miei racconti, pagine ricche di personaggi coloriti, mestieri spariti, luoghi stravolti, detti e proverbi, battute che tornano a galla tra queste righe dedicate ancora una volta a Ficarazzi.

Elisabetta, il mite Ciccio Tralongo e tante altre persone di Ficarazzi, mi hanno sempre mosso lievi rimproveri perché non salto il fosso e scavo tra i ricordi di Ficarazzelli, luogo che sin da quando portavo i calzoni corti ho sempre amato e frequentato (non ho timore nel dire che proprio lì, dalla Catena alla Figurella ho tanti amici e forse, sono più stimato). Il tanto decantato campanilismo del passato, il paese che finiva al Municipio, le famose “terre rosse” per me non è mai esistito.

Al Duca ci giocavo al pallone con mio compare Ino Clemente; manu manuzza con i miei genitori, a piedi, andavamo a fare visita ai tanti parenti dislocati tra la Torre e la Villa; i miei compagni delle elementari in parecchi erano di quel fronte, vedi Battaglia, Clemente, Cilluffo “sigarro”, Stefano Macchiarella “Anzolin”…..ma come dimenticare la Scuola Media.

         

Stava in un cortiglio, era una casa in costruzione, affittata; le mura erano passate di isnella, bianco sporco, ruvide, le pareti erano fini fini e le porte di faissite, tanto sottili che quando Pinuzzu il Profeta dalla sua aula, attaccava a cantare “Vivrò” di Alain Barriere lo sentiva persino Padre Sampognaro dentro la Sacrestia della Chiesa di San Girolamo. E quel Sant’uomo che era il Parrino sorrideva a denti stretti quando il Profeta intonava “La notte” di Adamo nel bel mezzo di una cerimonia funebre.

Ricordo bene la puzza del concime delle vacche che appestava tutta la scuola, usceva dalla canaletta dello Stallone, dicevano che faceva bene, specie a chi aveva la “tosse canina”, intanto infettava le aule e appena arrivava il caldo tra ciavuru e zappagghiuna non si poteva stare. Ma lì arrivava un altro ciavuru fin dalla prima matinata, che colpiva i naschi e strummuliava lo stomaco. Era l’odore della frittura delle panelle di don Pippinu u Panillaru, bastava quella specie di n’ciuria per riconoscerlo.

La sua panelleria era vicino alla Torre, uno dei piccoli bassi ombrato dagli alti alberi della Villa, ma la sua putìa erano le sue gambe che macinavano chilometri in giro per tutto il paese dalla via Mercè al Chiano dell’aria, tra cortigli e vanelle, col malutempo o con lo scirocco, coppola in testa, falaro blu scuro, mano aperta appoggiata alla faccia bruciata dal sole e abbanniata longa:”Pane e panelle, cavuri sunnu…”.

Il grosso paniere di vimini allacciato al collo, due tiani piene di panelle calde e qualche rascatura, le mafalde, il tutto cummigghiato da una mappina a scacchi rossa e bianca. Sbarazzava e tornava a caricare nel basso odoroso di olio rifritto, dalle mattonelle bianche, tenuto pulito da donna Ninfa, sua moglie. Ogni giorno era sempre lo stesso: sveglia di notte, all’alba si apriva, ma già la preparazione delle panelle cominciava il pomeriggio precedente. La farina di ceci, gialla bianchiccia, stava in grossi sacchi, veniva cotta come la polenta in un quararone, di quelli dove ci fanno l’astratto, sempre arriminando di continuo con una specie di pala di legno.

        

Aveva polsi ben resistenti don Peppino, perché bisognava ammugghiari quando l’impasto cominciava a farsi troppo denso. Poi si metteva a raffreddare coperto da una mappina. E appena quando diventava maneggiabile per il calore non eccessivo si poteva cominciare a lavorare le panelle. Non si fermava mai don Peppino, perché non si doveva perdere l’attimo fuggente, perché se si aspettava troppo l’impasto induriva e diventava buono per fare le rascature, fritture scarse. L’impasto si spalmava su formelle di legno levigato di forma rettangolare, con inciso in rilievo motivi floreali, che indurito dava luogo alla panella cruda, che appena fritta vedeva il disegno scomparire. A quei tempi il pane e panelle era la manciata del popolino, il pranzo dei lavoratori che mangiavano per strada, la colazione degli studenti, lo spuntino del marciapiede, all’inpiedi e di corsa. Il pane chì panelle per mezza giornata ti riempiva la panza e per l’altra mezza giornata, per causa dell’acidità che smommicava bruciante nello stomaco mandavi giù limonata e bicarbonato o una gazzosa e stagghiavi il tutto con in bello eruttone.

C’era chi voleva le panelle cavuri cavuri ancora gonfie di vapore con il velo che si alzava come una sottana; c’era chi la preferiva tiepida, quando si faceva pesante e con il sapore dell’olio fritto che t’impastava la bocca, a me piaceva fredda e quando era cruda….Prima di uscire a vendere don Peppino stava davanti la friggitrice, ed era uno spettacolo vederlo manovrare le schiumarole e vedere imbiondire le panelle che appena fritte venivano riversate sul piano inclinato dov c’era un buco dove sgocciolava l’olio in più.

Che tempi erano quelli: don Pippino portava a spasso per Ficarazzi ciavuru e sapori che sapevano di paradiso, anche se la gente si liccava la sarda si stava bene: Ficarazzi viveva un periodo di crescita lento ma sereno, civile, senza caos. E’ simpatico ricordare la fame che avevamo noi picciotti e ci chiedevamo, ma la giornata non finisce mai? Altro che pizzerie o patate fritte a noi bastava una mafalda con le panelle, mafalda con le panelle che oggi è finita nei menù dei matrimoni come antipasto e in forma triangolare o rotonda oppure nei party della gente VIP mostra in bancarelle tra pani con la milza ficofindia e altari di calie e simenza, chissà cosa direbbe don Pippinu u Panillaru, forse anche lui s’accoderebbe, tanto i piccioli sono piccioli, o in lira o in euro……

Giuseppe Morreale

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