Download! EcosiciliaLeggi Ecosicilia in PDF

Per un vagone di bastarduna


Stava Ficarazzi lì, nello stradone, tra il castello e la chiesa di S. Atanasio, tra la campagna e il fiume Eleuterio, la locomotiva nera, a carbone, sbuffava in lontananza, sembrava che correva sull’acquedotto tra la Vallotta e la stazione di via Roma. Ficarazzi contadina, le case in pietra di Aspra gialla, le tegole rosse piene di muschio, qualche carretto che cigolava con le ruote secche dal caldo, galline a pizzoliare per le strade polverose, vacche che si trascinano pesanti e il vaccaro che le munge alla cantoniera. Don Filippo, agiato commerciante di agrumi mandò il suo sanzale di fiducia a firriari una partita di bastarduna.

 Il mercato chiamava ma il magazzino era vacanti, casciuna vacanti, corsie vacanti. Intanto era arrivato il telegramma del ragioniere Trombetta, dal mercato di Torino, dello zu Minico, che voleva ri prescia un vagone lestu e finutu. Assittato dietro il suo scagno, don Filippo si sciusciava cu muscarualu, c’era caldo, ma lui sentiva freddo perché al momento rintra non aveva manco un pirrittuni e non ci stava a fare malafiura dopo quel vagone di sbianchiti arrivati no zu Minicu musci e frarici. 

 Tutto era pronto: il curatolo Santo aveva adduato a solita ciurma, sia per cogliere, cu scala e panara, ca per scartare e impaccare; lo zu Vicè u cumunista, aveva già fatto un viaggio di sfaselle cu strascinu; Pitarresi u batioto aveva portato due balle di carta di fenile per ammugghiare e 4 mazze di corda. Ficarazzi era un giardino con il noce imperioso di via Merlo, l’edera e il gelsomino sull’arco dei Quattrociocchi; il Monaco era pieno d’arance brasiliane e portogallo, fichi d’india, limoni e mandarini all’entrata del convento di S. Francesco, la fontanella all’angolo era sempre aperta, l’acqua scorreva per il corso assolato e deserto. Però il paese in quel momento era fermo, aspettava, sentiva nell’aria qualche cosa. A gente andava e bagni a Cricicchia, i limoni erano tutti all’albero e c’era chi aveva i malaseni chini fino all’orba ri l’occhi, come don Atanasio; lo zu Agostino l’aveva sotto citalena per stufarli; don Sariddu li teneva dentro i casciuna ri lignu. Don Piddu li doveva cogliere ma era ntamatu. Alla stazione di Ficarazzelli si cacciava a scimmia, Sasà e Pinuzzu o giocavano a scupa con Masino e Totò o prendevano il fresco dentro qualche vagone all’ombra, da diversi giorni non si caricava manco una spasella. I strascini e i carretti erano tutti a panza all’aria e scecchi e mula o si stricavano per terra o stavano con la testa rintra a coffa. Tornò il sanzale Pitruzzu: ” – Don Filì, assà viri ca su tutti favusi! Dicono ca non hanno paglia pi stu scieccu. Si isassi a denzia ca è cu culu nterra! – “. Don Filippo satò dalla seggia di paglia e sbattiu i pugni sullo stagno, diventò rosso come un peperone e a pressione acchianò a mille: ” – Ma come, a mia mi dicono ca a dari u culu na balata? Mi mangiu vivi, a sti pezzi di cantaru! Ma comu facemu a rispittari l’impegnu cu chiddu di Torino? U zu Minicu comu minimu mi sputa in faccia! Talè, va no principinu e poi no mericanu, che io li ho favoriti in passatu e viriemu chiddu ca putemu fari, per non perdiri a dignità…” – Intanto la tradotta con i vagoni merci era ferma a Patti ma l’indomani era attesa a Bagheria e poi smistavano il vagone di Torino a Ficarazzelli.  

Tutto il paese murmuriava già della storia di don Filippu, dei bastarduna, del vagone pì Torino e siccome tutti lo volevano bene come un dolore di stomaco, erano tutti in allegra attesa che questa volta fallisse. Picchì don Filì era sconnesso, si voleva accattari a tutti, era camurrusu e faceva sempre saltare a piazza con i suoi prezzi. Tutti aspettavano la tradotta, Ficarazzi dormiva, la nottata era passata ma della tradotta mancu l’ummira.  

Di prima matina a gente si era piazzata o ponti da Madunnuzza, supra a Palma, nell’archi di l’acquedotto; alcuni si erano piazzati alla stazione di via Roma, e don Stefano, u capustazione tistiava e s’allisciava i baffi e pensava: ” Ma chi m…fanno tutti sti mala cunnutta ccà? A cu aspiettanu o Papa? ” C’era chi si era messo sulle terrazze che davano su via Mulinello, alla Furella e allo stradone di via Merlo. ” Allora Pietro chi ti rissi u Principinu? ” – Mizzica chi bello taglio di vestito don Filì, mancu mi fici trasiri, mi lassò fora ru purtuni e manco mi fici rapiri a vucca! ” – ” E u Miricanu? ” – Chiddu ovu ciurusu mi arrispunniu: – Dicci a don Fili ca unni si fici a stati si facissi u nverno! ” – Don Filì assantumò e addivintò mutangaru. Anche suo figlio Giovanni tornò cu na mano ravanzi e una narreri, a Bagheria i maasinanti da Puntaguglia lo assicutaru! Ficarazzi profumo di basilico, maidde piene d’astratto, alle persiane attaccate sacchi di cipolle e pane duro, piccirilli scavusi, qualche carretto con i cani ca lo abbaiavano; il paese era fora di testa, cu si mutava ca ci pareva domenica, cu aveva a manciari, tardava a mettere a pignata; cu s’aveva a fari u lavaggiu e mandava a diri a Turiddu, “poi, poi”.  

Ma il destino canciò! La tradotta nisciu fora i binari a Fiumetorto, danni pesanti ai vagoni e al binario, figlio unico. Per sistemare la cosa 

ci voleva na simana. La notizia arrivò a Ficarazzi in serata con Paluzzu u ferroviere, ca acchianava ra scinnutella abbanniannu: ” – U trenu scappò! U treno scappò! ” – Don Filì pigghiò ciatu, ora voleva minnitta. – ” Santu diavuluni ora ci pozzu mettiri un carico di 11 e i fazzu curriri comu pazzi allazzate” – Salutava e ballava don Filì era salvo, aveva tempo di arricampari non uno ma dieci vagoni di bastarduna, pure in culo o scieccu! A molti maasinanti ci vinni u virticchiu: cu s’affucò mentri sucava babbaluci; cu ci vinni u malipanza per aver mangiato pasta con i tinnirumi; cu attuppò con un panaro di fichi d’india; cu trasiu a taverna ru zu Ninu e s’imbriacò; u Principinu, armò a carrozza e con il buon Cicciu spariu no balluni per le parti di ranninu a Milicia. Acchianò supra l’astracu, u Mericanu e non rispondeva a nessuno.  

L’indomani era domenica, u paisi era stunatu, a piazza era china china, ma a nessuno spicciava spiccicari parole.  

Tutti smirciavano verso a Vanella e Celsi, arrivava don Filì, a braccetto Ninfa sua mogliera, di dietro i figli, Giovanni testa ri chiummu e Angelina sfatta comu u baccalaru a mollo all’acqua. Entrarono in chiesa, suonavano le campane, a gente era para para, la messa era iniziata, padre la Rocca appena lo vide alzò le braccia al cielo e disse : ” – Sia fatta la volontà di Dio! ” – Ma don Filì lo taliò con occhi di sbirru, con un sorriso a denti stretti e tistiò, ma per niente pentito esclamò in cuor suo: ” – Eru pì futtiri e foru futturi” – Il lupo perde il pelo ma non il vizio. 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*