Quando c’era il “chiano dell’aria”

Mi dicevano, parla del tuo paese e parlerai del mondo. La logica dei ricordi si basa sulle persone, sui luoghi, sulle cose, ricordare il “Chiano dell´Aria”.Un quartiere popolare di Ficarazzi è un dovere, perché ricordando quei casermoni, parlo di  tutta quella gente che li popolava e oggi non c´è più, gente con i piedi affondati in questa terra come poderose radici e con la testa sempre alta, gente che guardava al futuro con tanta speranza, gente che veniva da un passato duro e che voleva solo cominciare a vivere. Correvamo a frotte, dalla Chiesa verso il Chiano dell´Aria, tutti picciriddi,tutti sudati e anzanti, in un lampeggiare di gambe abbronzate dall´estate e cosparse nelle ginocchia di croste collezionate dai molti giochi e dai molti marciapiedi. I picciriddi, così graziosi, così irrequieti, fragili, ammaluccuti e abbasunati, furbi e svegli, affamati, dall´intelligenza inespressa, occultata dai grandi, pieni di gioia,di fantasia,  la strada la nostra scuola di vita, che ci forgiava in un futuro incerto, in una terra bella ma amara e difficile. C´erano nell´aria tanti odori, ciavuri di paese piccolo, con un sottofondo fatto di tanti rumori ovattati, quello di una macchina ogni tanto, di qualche lambretta, l’abbannìatine quotidiane, quella di Ciccio che acchianava da Aspra e portava sarde, vope e calamari, il furgone del Signor Tipa, un supermercato volante e che tante fimmine con malizia abbindolavano e tappiavano, signori miei c´era pitittu!!

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Un fischio spardava l´aria, quello del gelataio con la sua musica squillante che tutti i pomeriggi non faceva fare a nessuno il pinnìcuneddu, specie quando Rocky Roberts cantava “Stasera mi butto” e dove ci dovevamo buttare se non alla Crocicchia. Scendendo dritto dritto dalla via Mare, si vedeva l´azzurro del mare che quando era maroso si alzavano i cavalloni bianchi e la banderuola della Chiesa lo segnalava pure, invece l´orologio, mizzica da sempre segna le tre!!. La gente che abitava al Chiano dell´Aria era l´espressione,vera, pura del popolino di Ficarazzi: ai tre grandi Casermoni di case popolari facevano da cornice, la casetta del collocatore del signor Piazza, alcune case padronali, ci stavano campagnoli, carrettieri, maasinanti, qualche piccolo possidente, poi all´inizio degli anni 6o si aggregarono nelle case popolari ferrovieri, impiegati comunali, pensionati, ex fascisti,  comunisti, vedove di guerra, reduci di guerra, altri campagnoli e disoccupati che campavano alla giornata, con una caratteristica, tutte le famiglie erano tutte famiglie numerose,  i Cacciatori, i Cataldo, i Lanno, i Cianciolo, i Diliberto A me piaceva tanto vivere al Chiano dell´Aria, ci abitava mio nonno Tanino, reduce dall´Africa, ex camicia nera e come tanti in paese diventati, per rabbia e per bisogno, comunisti  e quantaltro.

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Il periodo che amavo di più era l´estate, le vacanze,  giocavamo al pallone in quegli ampi spazi, oppure al
campetto della Chiesa che stava nascendo tra rocce e mura alte, sotto il Castello, vicino al cimitero antico, sempre assicurati da Padre Vitellaro o da Andrea il sacrestano. Nei pomeriggi caldi d´agosto mi piaceva sdraiarmi sopra i  “maruna” freschi, bagnati, con la finestra abbuiata, tutto allo scuro, era così che combattevamo lo scirocco, fuori il silenzio assoluto, solo il canto mortale delle cicale. Il Chiano era impregnato di Sicilianità, di rispetto, di tradizioni, di  odori, ecco, ricordo tanto gli odori, come quelli che salivano dalla Vallotta dove c´erano le stalle delle vacche e dei porci, dei fratelli Fiore, Giovanni e Saruzzu, e di Vito La Porta, un cìavuru che stordiva, stallatico e gelsomino mischiato con quello dolce delle campanelle.

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Da lì i vitelli venivano portati al Macello che era distante 100 metri più sotto, lì c´era una confusione di voci, di grida, un ghiri e veniri continuo, di animali e di cristiani,di merda, di tanta puzza, di sangue che scorreva misto ad acqua, acqua calda per scuoiare i maiali e noi picciriddi ammucciati dietro qualche carretto a talìari, curiosi ed affascinati da quel mondo nuovo e “grande” per noi. Dai balconi sbarrachiati mille ciavùri uscivano dalle cucine: milinciani fritte, peperoni al forno, pasta con le sarde, pesci fritti, odori di basilico, di menta, d´aglio, che si incatramavano nei falari di fimmini sciacquate e si infilavano per le scale per un lungo tempo. Perfino il profumo del pane appena sfornato dal forno di Vito Bologna arrivava!. Il Chiano era un teatro all´aperto, un palco dove si esibiva il volto di Ficarazzi, della Sicilia, di tanti uomini ma anche di tante donne, ed erano in tanti che cercavano l´amore tra quei coloriti e animati casermoni, l´amore fatto di sguardi  furtivi, d´incontri senza parole, di sorrisi maliziosi, di segnali, d´intese che precedevano il fidanzamento  e poi sciarre, lassatine, tante fuitina, condite con grida astime e scenate combinate e infine il matrimonio riparatorio. Era chino di belle picciotte il Chiano di l´Aria, ragazze profumate di lavanda e cipria, formose, sciacquate, dai capelli neri e dagli occhi scuri e forti, odoravano di femmina, dalle movenze sensuali, dalle annacate sconvolgenti, dai bei corpi straripanti d´amore, petti prorompenti che timidi e colorati prendisole a stento coprivano e…noi picciriddi a sognare ad occhi aperti. Mi diceva il buon zù Benedetto Segreto, reduce di guerra:-“…qui si sente che qualcosa sta per finire, appena  noi non ci saremo più, u Campu finirà con noi…”.

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E purtroppo aveva ragione, il Chiano c´è ancora ma non è più lo stesso, ma sembra popolato da fantasmi, solo macchine e gente che corre, non ci sono più bambini che giocano e gli odori sono quelli dell´immondizia che non manca mai, ah quanto si rimpiange allo zù Nilluzzu con il suo “iamo cà munnizza”!. Schegge, ricordi, medaglioni di personalità, di gente comune, semplice, malinconica, triste, ma desiderosa di speranze, di sorridere, di veru priu e li voglio ricordare tutti, se ci riesco, a  cominciare da Bastiano che abitava all´entrata del Chiano, dove davanti la porta riparava biciclette, con alle spalle la solare Caterina, madre coraggio che malgrado le tante tragedie della vita era sempre allegra, pronta alla battuta, una fimmina chi “cazzi!. Di fronte ci abitava donna Sasà con suo marito, il buon don Carmelo; mezza giornata la passava a nominare il nome di Dio e poi la sera dormiva al capezzale dell´altare, questo era u zù N´Tonio Priola; e a corona delle Case Popolari vivevano, Totò Greco, detto u Miricanu, Mastro Paliddu Amoroso, don Totò u Pallunaru, il Signor Giglio e suo figlio Mimmo, Paolino Megna, il Bologna, Paolino Cianciolo, u Leone, Vincenzo Alcamo, la famiglia Teresi con Donna Filippina, i Fontana, i Carfi. Nel primo Casermone  a ridosso del Salone Parrocchiale, il Signor Giacca, Giovanni Cacciatore, Nino Morsicato, i “Cipolla”, u zù Luigi Lanza, la famiglia Rocco, Placido Cacciatore, Giovanni Cataldo,  Piddu Pollara, Pippino Domino u “Sunaturi”, la famiglia Di Liberto, Brasi Saverino e Rosa. Nel Casermone di mezzo: Turiddu Lanno e  Vincenzina, Giovanni Lanno e Fina, Tatò Pace e Mariannina, Tanino Mezzatesta e Angelina, Pinuzzu Cacciatore con sua moglie, la Signora Maria la Barcellonisa, Masino Angileri, Carru Cianciolo e Giustina, Donna Sasà a “Sciuscià”, Pietrino Valenti, Segreto Benedetto, Serafino Ogliastro, Militello u “tubetto”.

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Nella terza, lato stradone, Pinuzzu Angileri, Biondo il Carabiniere, la famiglia Fontana e la famiglia Gugliotta, che emigrarono poi in America. Ci sono tutti, ha no! Dimenticavo tre simpatici personaggi, don Carmelo Campanella, che abitava proprio all´ingresso, Santo u “Segretario” e Nino Militello detto il “Sindaco” che dalla Croce acchianava ogni giorno e dava compagnia allo zù Bastiano. Questa è la Storia del Chiano  dell´Aria…

di Giuseppe Morreale

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