Quel che resta dopo il virus Il nostro territorio non è più un luogo da lasciare ma un luogo in cui tornare

Prima di riprendere a scrivere pensavo: ma in queste ore drammatiche
e buie vale la pena raccontare come sto vivendo questo momento, non
hanno già detto e scritto tanti e troppo, magari a sproposito? Forse il pensiero mio è quello di raccontare sperando, sperando che passi
presto, sperando di uscirne bene, soprattutto psilogicamente, lavorando
nei limiti del consentito, leggendo, studiando, provando a tranquillizzare,
raccomandando prudenza e pazienza.

E racconto…da Ficarazzi scendo ad Aspra, sono solo, sto al Piano Stenditore, siedo su una panchina con la faccia al sole, silenzio tombale, solo il canto dei gabbiani, triste e spettrale, la vita sociale è inesistente, fine aprile, siamo a inizio maggio e tutto è fermo come in gran parte del resto d’Italia. Io vado in giro con la mia paura larga sessanta anni in cui ci ho messo un tumore e un intervento al cuore malandato, ora posso capire la paura degli altri, dal pozzo della mia malinconia vedo anche gli altri scendere in fondo al
pozzo.

Mesi inquietanti per l’Italia, siamo un grande ospedale senza infermieri, una classe di ripetenti senza insegnanti, l’abisso ci sta visitando, ma non ha un volto, i virus non hanno una faccia, non hanno la luce del sole, il rumore del mare, sono inesistenze, un rimasuglio della creazione e ora sono qui che cercano la vita dentro di noi.

Sono prudente, nessuna stretta di mano, distanze di sicurezza mantenute, si sta larghi, qui la quarantena esiste da sempre, lo spopolamento è virale, è abitudine.

Vicino alle barche quattro anziani pescatori, non sembrano turbati da quello che sta accadendo, parlano a gesti, stanno in silenzio, guardano il mare, i bar sono chiusi, alcuni con le mezze saracinesche abbassate, è un pomeriggio senza storia, vuoto, si aspetta che il tempo passi in attesa della cena.

Salgo per il Rettifilo, la strada lunga e alberata che porta a Bagheria, il paese dei limoni, dei tanti artisti e dei tanti emigranti, qui non si lavorava prima e non si lavora più ora, ma è sempre lo stesso, bello con le sue ville antiche chiuse, con le sue strade larghe vuote e silenziose, non si fa festa da anni, pensa ora.

C’è gente che è tornata, universitari, studenti, operai a cui il virus ha chiuso le fabbriche tanti dal Nord, una cosa è sicura: il virus ha fermato  l’emigrazione verso Nord, ora questo non è più un luogo da lasciare ma un luogo in cui tornare.

Ritorno a casa, dopo cena esco sul balcone, passeggio in quel rettangolo chiuso, osservo questa immensa quiete celeste che fa girare il cielo e la terra nella sua macina ma senza nessun rumore. Nessuno se lo aspettava che la vita ci avrebbe portato dentro la prima grande sventura collettiva
dalla fine della seconda guerra mondiale, ora spetta a noi essere gli interpreti eroici o i pagliacci di questa tragica stagione che è forse solo al
suo inizio.

Chiamo a mio figlio che sta a Torino, lavora, progetta, ma ha poco da progettare in una città che sembra una grigia foresta morente, una città
come tante del nord che lavoravano e respiravano senza mai fermarsi,
correndo in mezzo a smog e veleni, ma nessuno si poteva fermare, ma
poi è arrivato un insulto semplice, la tosse ostinata di qualcuno e c’è chi non ci ha fatto caso, tra arroganti, sottovalutando, sfottendo, deridendo la lontana Cina che era vicina quanto mai.

E abbiamo costruito le prigioni più grandi mai esistite, ogni luogo sembra trasformato in un bunker, ci chiudiamo dentro lentamente, morti, malati e preoccupati, ogni notte il silenzio diventa più selvaggio e più potente.

Nei mesi scorsi bisognava chiudere i porti, sembrava tutta quella la faccenda e invece abbiamo chiuso i paesi e le città, i ristoranti e le palestre. E ora nella paura, nella malattia, nel dolore ognuno diventa quello che è, e quando ne usciremo, forse, saremo finalmente in grado di capire che l’informazione non è tutta uguale e che ci sono beni, come la salute, che devono rimanere alla portata di tutti, ora si tratta di tornare indietro nel tempo e rivalutare cose e aspetti della nostra vita che abbiamo trascurato a lungo, dobbiamo farlo nella negoziazione e nell’umiltà se vogliamo che il
mondo, il nostro meraviglioso mondo non ci uccida, non dobbiamo più ucciderlo con tanto disprezzo, “l’inabitato” ci torna in faccia perché siamo colpevoli di un mondo ormai inabiztabile.

Ci resta l’ottimismo e l’azione di mandare un messaggio di speranza e non vale a niente rafforzare gli eserciti, comprare gli F35, perché ora i guerrieri del Mondo sono i medici con molti eroi e pochissimi disertori, la guerra è così nuova che gli infermieri, la Croce Rossa oggi sono trincea di prima
linea e non più retrovia e non dimentichiamolo, oggi ognuno di noi ha un potere enorme: di pende da ognuno di noi il bene e il male, quello che facciamo è più forte di ogni legge.

Giuseppe Morreale

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