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Rivolgiamo un pensiero ai nostri caduti della grande guerra

E arrivò anche il giorno di Natale. Era il 25 dicembre del 1917, l’Italia da quasi due anni era in guerra contro l’Impero Austro-Ungarico. Erano partiti in tanti da Palermo, la tradotta era stracarica di ragazzi in grigioverde. In molti passavano per la prima volta lo Stretto di Messina, vedevano il Continente. Dopo l’addestramento a Treviso, subito il battesimo del fuoco, in prima linea. Quanti picciotti di Ficarazzi che c’erano, alla grande guerra, quella del 15-18, ma poi perché questa guerra? Così lontana! In terre sconosciute, fredde, ostili, tra montagne ghiacciate, piene di neve. Se lo chiedevano mentre tiravano cavatoni da gavette unte da grasso secco, Nofrio Angileri, Di Cristina Totò e Ciro Giallombardo. Erano all’oscuro di tutto, tra quelle masse di soldati, in quelle immense caserme, tra Gorizia e Trieste, nei boschi sopra Spilimbergo e Sequals, tra le pietraie del Carso o le trincee sul S.Michele. Proprio sul Carso morirono Santino Mazzola, Roccaforte
Vincenzo, Pace Mariano, più giù ad Asiago, Nino Martorana. Ma anche altri picciotti furono coinvolti nei duri scontri all’arma bianca, tra ripetute controffensive che culminarono nell’ottobre del 1917, con lo sfondamento a Caporetto e la disastrosa ritirata al di là del Piave.

Fu un massacro, una disfatta, migliaia i morti, i feriti, i dispersi, i prigionieri. I paesi che incontravano erano deserti, distrutti dai bombardamenti dei crucchi. In quella sanguinosa ritirata morirono tra i tanti soldati ficarazzesi:  Bona Giuseppe, Domino Ignazio, Intonazzo Francesco, Nino Marsala, Totò Martinelli, Menna Antonino, Morsicato Antonino, Pace Vincenzo, Pedone Santo, Roccaforte Antonino, Simonetta Antonino, Valenti Mariano, Zelante Domenico. Dopo quella disfatta ebbe inizio la guerra nelle trincee, tra fango e pietraie, tra gelo e neve, mortai contro cecchini, mitraglieri contro un solo colpo che arrivava nel buio, tra filo spinato e campi minati. Chi sono i nemici? Boh? –“ I tedeschi!”-, esclamava Carlo Cianciolo, 122° mitraglieri; -“ ma chi li vede mai questi nemici?”-, rispondeva Filippo Greco, stessa compagnia di Carlo. Il tempo era brutto, pioveva ogni giorno, quando non pioveva nevicava; la sera calava la nebbia e c’era scuro profondo, sembrava il culo dell’inferno. Sporchi, sfardati, pieni di pidocchi, affamati, demoralizzati, divise a pezzi, solo il fiato degli asini e la vicinanza del corpo dava calore a quei disperati senza nome. Monte S. Michele, Monte
Zebio, Monte Val Sagana erano una coltre di bianco, sotto le loro timpe e i rocciosi costoni, in tanti, dopo ripetuti assalti alla baionetta, all’arma bianca, furiosi corpo a corpo, ci lasciarono la giovane vita mai sbocciata.

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Furono fortunati Gasparino Licciardi e Michele La Bianca, tra i pochi a rientrare  vivi. Il giorno, l’ora, il tempo scorreva lento e snervante e i ficarazzoti, tutti insieme, appena si ritrovavano a riposare dopo gli assalti, parlavano del loro paese, del mare, del sole caldo che tanto desideravano. Ciccio Cuccio, finanziere del XVI battaglione reale, ricordava i balli, là sopra il  Castello, la zita, le serenate al chiaro di luna.
Balduccio Marsala, anche lui finanziere, parlava della Crocicchia, della marina, la Regia Trazzera e ricordava che nell’ultima licenza aveva visto il mare che se la stava mangiando tutta e già toccava il Martinetto, il Camposanto. Poche luci, pochi colori, pochi suoni, solo il brillio delle linee austriache al di là del Natisone. Era Natale, c’era la tregua. Le vampe rosse dei falò accesi illuminavano le trincee; i suoni delle trombe laceravano l’aria con struggenti
nenie, niente ritirate sul Carso, niente contrattacchi sull’Isonzo. Peppino Merlino aspettava notizie dei suoi vecchi, lui aveva scritto al Sindaco Monti Cristofaro, ma anche lui, giù, aveva i suoi problemi: a Ficarazzi non c’erano più giovani, erano tutti al fronte, le campagne erano abbandonate, c’era fame, ma almeno loro non erano in quello inferno chiamato guerra! Molti dei picciotti ficarazzoti, quasi tutti, non sapevano leggere o scrivere, erano analfabeti, grazie ai cappellani
scrivevano ai familiari tramite Padre La Rocca Giuseppe, il parroco della chiesa di S. Atanasio, generoso e buono, dal cuore nobile, non diceva mai di no.

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Nino Simonetta, fante, ricordava il padre Antonino, curvo sulla terra a zappare e rimpiangeva di non essere al suo posto. Caporetto- Vittorio Veneto, da lì riparte la controffensiva, ma nessuno ne parla, c’è qualcosa nell’aria, non è solo il Natale! Continua la fame, la brodaglia, c’è l’agonia dei moribondi, a molti cedono i nervi, piangono come bambini. Il gruppo di Ficarazzi è unito, legato, ma la linea del fronte è lunga, ampia, dispersiva, li divide. La notte magica col cielo stellato, dal blu intenso, li riporta a Ficarazzi, ma quanto è lontana Ficarazzi! Chiudono gli occhi e rivedono lo stradone, giallo, polveroso, largo, i carretti, le galline, le fontanelle, il Castello, la Fontana Grande, la Torre,  Villa Merlo. Il passìo domenicale, con i vestiti assistimati, gli sguardi maliziosi, le fimmini dai visi abbruciati dal sole, sciacquate, sorridenti. La cantoniera, la taverna all’angolo di Via Celsi; le vampe di San Giuseppe, niente Personaggi a Pasqua; il Crocifisso che piange per la loro assenza, la Chiesa vuota, le sedie di paglia sottosopra canziate, la Processione della Madonna che invoca il loro ritorno, quanto è bella!. Vengono i brividi, il cuore si strazia al pensiero delle madri, col rosario in mano, il capo coperto dal velo nero, il viso bagnato da lacrime amare, i loro figli chissà se torneranno e quando! Che Natale sarà a Ficarazzi? Faranno sempre i spincioni? Chi ciavuru! Giocheranno a tombola alla casa della Cooperativa S.Atanasio? Saranno tutti attorno al braciere, al cufulari, con il muscaloro a svampare per arrostire castagne e cruzzitedde, a bere vino rosso, a pensarli…  sarà un Natale diverso, freddo, triste. E’ Natale, non si spara , c’è silenzio. E’ quasi l’alba, non ha dormito nessuno,  è Natale, tutti sperano che sia l’ultimo in questi luoghi diventati cimiteri, sacrari; in lontananza il suono  struggente di un violino, la cui voce dolce, deliziosa li riporta al presente terribile, brutale, reale!.

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I ficarazzoti passarono la notte nella zona di Ronchi, lì per l’ultima volta s’incontrarono Giovanni Teresi, Di Cristina Biagio, Pinuzzu Fontana, Pinuzzu Gandolfo, Nino Giallombardo, Mommo Grassadonia, Mimmo Lo Vecchio e Totò Macchiarella.
Festeggiarono il Natale col pensiero a Ficarazzi, erano tutti ventenni, ma sembravano tanti vecchi, capelli lunghi, bianchi
per la brina, barbe incolte, lunghe su facce scavate, magri, ma erano contenti di stare tra paesani, e s’abbracciarono con forza e calore per l’ultima volta. La tregua durò poco, le bombe, le granate, le cannonate squarciarono il silenzio, spaccarono le trincee e il filo spinato. Ci fù l’assalto all’arma bianca, con la baionetta; la neve si macchiò di rosso, il sangue innocente di tanti giovani, incolpevoli per tanto orrore, mandati al macello, a morire. Non c’era più Cristo tra questi monti, non c’è più religione, solo morte e orrore! Ancora pochi mesi di battaglie, di scontri feroci e poi il 15 giugno la battaglia del Piave, la battaglia che cambiò la storia della Prima Guerra Mondiale. Poi il 4 novembre 1918, la vittoria, gli austriaci si arrendono, l’Italia vince la guerra, quell’Italia lontana per i tanti ficarazzoti, 48 giovani soldati che non tornarono più a Ficarazzi, lasciando la loro giovane vita tra le spoglie e fredde montagne del Carso. A tutti loro dedichiamo questo Santo Natale!

Giuseppe Morreale

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