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Sasizza e cannoli, il trionfo del carnevale

Una volta i nostri nonni facevano iniziare il tempo di Carnevale subito dopo Natale: “Doppu Natali è già carnalivaru”. Tanto  era grande la voglia del ritorno del tempo mitico, il “dies festus” delle usanze giocose legate a quella giornata. Giorno intrigante che ha sempre interessato  i popoli. Hanno scritto che verrebbe da “carni levamen” cioè sollievo della carne e quindi libertà di dedicarsi ai piaceri della  carne. Che in modo elegante indicano le gioie del sesso. Ma si vuole pure che derivi da “canis levare” cioè togliere le carni, e anche da un “carni vale” ossia addio alla carne. In ogni caso fu la valvola di sfogo di istinti repressi per un anno intero. La sfrenatezza fu il segno del passaggio dal vecchio al nuovo: per gli antichi un viaggio inquietante nel futuro sempre ambiguo e angosciante. Plebi affamate si riunivano per onorare un antico rituale di pura trasgressione. La festa fu sempre il cibo abbondante accompagnato da tanto vino: sono l’allegria carnascialesca per eccellenza. La gioia di vivere ritrovata, non per nulla la letteratura siciliana è più legata al mondo della fame che a quello  del piacere.Pensiamo a Verga, Capuana, Pirandello, la fame è la protagonista delle loro storie.

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Una settimana prima del martedì  grasso c’era il rito della macellazione. La festa iniziava con un rito cruento, sanguinario, una sorta di sacrificio, quale fu la “scannata” del maiale,il più grasso, quello che prometteva indicibili succulente. Quei  poveracci per un giorno ridevano, si abbuffavano, mascherati si scatenavano in una voglia di eccesso che ai giorni nostri non ha più motivo di esistere. I nostri carnevali, fra carri allegorici, bande musicali, maschere, coriandoli e majorettes infreddolite sono soltanto contraffazione di quello autentico. Una festività a maggior gloria del consumo indotto.
Il trionfo delle Pro Loco. Dopo il rito della macellazione in pubblico del porco, si dava inizio alle celebrazioni golose.
Si cominciava con il “sanguinaccio”, poi si passava alla grigliata di fegato, cuore, milza e quanto stava nel ventre del
porco. Il boccone più prelibato fu sempre la coda che si offriva all’ospite di riguardo. Poi iniziava il festino. Davanti a quelle delizie si riunivano parenti, amici e vicini di casa anche per suggellare riappacificazioni, comporre liti e cancellare antichi rancori, ruggini, ostilità.

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Piatto per eccellenza fu la salsiccia cucinata  in tante maniere, ma di preferenza arrostita sulla brace. E si accompagnavano “lu nannu  e la nanna” al processo farsesco “…fra grida di fimmini avvinazzate che davanti agli usci dei loro tuguri, con le braccia distese e chiome scarmigliate, levano voci e risate, è l’allegria e si mangiano salsicce e si beve mentre il nannu mormora litanie con un rosario fatto di salsicce e si asperge con l’acquasanta delle cantine. Se la salsiccia fu la regina del carnevale, il cannolo fu il suo re. Cannola al plurale, viene dalla cannella, il rubinetto in cui scorreva l’acqua di abbeveratoi e fontanelle e per carnevale invece di dell’acqua nel cannolo ci scorre la crema di ricotta. Dicevano gli arabi che vivevano a Palermo, in Sicilia, quando era chiamata “Splendida”, ai tempi  di Re Federico II,lo “Stupor Mundi”, gli umani piaceri si dividono in sei categorie:cibo, bevande, sesso, abiti, profumi e
musica. E questo potrà confortarci mentre attorno a noi sfilano coloratissimi carri allegorici e come neve fioccano i  coriandoli. Che del carnevale sono soltanto la maschera.

di Giuseppe Morreale

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