Villa Merlo, tanto tempo prima…

Il canneto era appena mosso dallo scirocco, sullo sfondo il mare, sulla linea dell’orizzonte, quasi si poteva toccare con le
mani, il casermone giallo della “fabbrica du zuccaru”, tutt’intorno il verde brillante della campagna a corona della Villa.
La Villa, maestosa, granni, con i balatuna di pietra d’Aspra, le ampie scale di marmo grigio, le larghe stanze dagli alti
soffitti tutti dipinti con immagini sacre, l’arioso terrazzo che abbracciava tutta la Conca d’oro e poi l’interno, un lungo corridoio scurusu, un ripostiglio, la sala delle conserve, le cucine, l’essiccatoio, un altro corridoio, largo, il salone della caccia
coi fucili appizzati alla rastrelliera. Il cortile, le stalle, le carrozze, i cavalli, un forte odore di stallatico, di piscio, di polvere
da sparo, di pelle scuoiata stesa al sole e di grasso di becco. Sopra le stanze dei Nobili, la saletta delle bandiere, lo stendardo
dei Merlo, la bandiera azzurra coi gigli d’oro dei Borboni. Gli scaloni grigi macchiati di cera, la cera delle candele che la
sera illuminano a giorno il viale alberato, dove si cerca l’ombra e il fresco per combattere la calura. All’ombra del portico
le donne stanno assittate attorno ad un tavolo di canne intrecciate, si cacciano le mosche con colorati ventagli spagnoli. Talìano con distacco i campieri che con autorità e senza tanto rispetto fanno la guardiana ai campagnoli, che zappano la terra
curvi, cantano litanie siddìate e murmuriano sottovoce lamentele santiannu e bistimiannu. I vaccara portano fuori dalle
stalle le vacche missinisi e le capre girgintani; piano piano arrivano i rintocchi della campana della Chiesetta, è l’ora del
vespro, le gazze si posano sopra i fichi d’india e il silenzio è rotto dal canto delle cicale, i mula scalciano e alzano pruvulazzu.
Distanti, a processione, passano il Conte e la sua famiglia, uno sfarzo di mussole, cappelli, ombrelli, cuffie, fazzoletti, nastri.
Talìano con sguardi quasi schifati, quelle persone che sembrano usciti dal fondo della terra, nivuri, sudati, scapiddati, a
petto nudo, senza scarpe, camicie rattoppate, mezzi sciancati, con i gozzi e i denti che mancano, gambe n’grasciate e pilusa,
mentre il sole acchianannu dietro le montagne e con lui s’alza anche il forte ciavuru della menta e del basilicò e quello dolce
e fino del gelsomino e della zagara. Questa era anche Villa Merlo…

di Giuseppe Morreale

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